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La vita di Maria Concetta Cacciola, tra dolori e paure

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ROSARNO – Rosarno, cuore pulsante di una ‘ndrangheta fatta di nomi eccellenti, di quelli che ti fanno paura se solo provi a pronunciarli. Pesce, Bellocco, Cacciola, nomi diversi ma dinamiche identiche. In ambienti come questi conta solo l’onore, che queste famiglie praticano come un vero e proprio culto. Onore che, se infangato, arriva a farti uccidere anche una figlia, una sorella, un genitore.

Maria Concetta Cacciola cresce qui, in una realtà fatta di sottomissioni, in una famiglia in cui i genitori, come tutti i genitori del mondo, avrebbero fatto qualsiasi cosa per una figlia, e loro, Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro, padre e madre di Maria Concetta, lo ripetevano sempre, «lo sai Cetta che io per te sacrifici ne ho fatti e se ne debbo fare ancora li faccio, non ti preoccupare di niente. Tu non devi preoccuparti di niente completamente». Lo ripete più volte la Lazzaro alla figlia durante il viaggio da Genova a Cerredolo il 2 agosto scorso, a bordo della loro auto. Maria Concetta aveva lasciato Genova, dove si trovava nascosta perché sotto protezione dello Stato, per rientrare a Rosarno. Era stata lei a chiamare i genitori e a chiedere di prelevarla. Ma se ne era subito pentita, tanto che solo qualche ora più tardi chiamerà i carabinieri per farsi venire e prendere.

Gli ultimi giorni di vita di Maria Concetta Cacciola racchiudono le paure e le angosce di una vita intera. Una vita trascorsa in un ambiente fatto di uomini che battevano il pugno sul tavolo perché potenti, e di donne che con altrettanta prepotenza si atteggiavano a boss. O se non erano abbastanza forti, come nel caso di Maria Concetta, finivano per subire prepotenze e violenze, fisiche e psicologiche.

Michele Cacciola, padre di Maria Concetta

Maria Concetta le ha conosciute ancora più crudelmente da quando ha deciso di dire basta con quella vita, e di collaborare con giustizia per togliersi di dosso angosce e paure. Era pronta a caricarsene di altre. Perché i suoi familiari mai hanno accettato quella sua scelta di cantare, pardon collaborare e infatti per lei da quel giorno la vita è diventata un inferno.

Come tutte le mamme, Maria Concetta temeva per la vita dei suoi figli, a cui augurava ogni giorno una vita migliore della sua.

A farle da spalla, la marescialla, il militare dell’Arma che inizialmente la aiutò nel percorso di collaborazione; un amore clandestino per un poliziotto ed un’infatuazione per un uomo conosciuto in chat.

La vita di Maria Concetta Cacciola può essere racchiusa in un breve passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Palmi Fulvio Accurso.

«Questa e una storia triste, drammatica, emblematica. Triste, perche riguarda la vicenda di una giovane donna costretta per molti anni a subire gravissime vessazioni psicologiche e violenze fisiche dai componenti della propria famiglia, nel novero di un sistema valoriale del tutto esecrabile, che porta ad anteporre la tutela dell’onore familiare (onore inteso come l’intende la cultura mafiosa che permea il contesto in cui la vicenda si e svolta), al rispetto della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, quali quello della liberta, della facoltà di autodeterminazione, della possibilità di operare liberamente le proprie scelte di vita. Cultura che porta ad anteporre l’interesse ad evitare conseguenze giudiziarie per i membri della famiglia a quello di salvaguardare la stessa vita di uno di tali membri.

Drammatica, perche termina con la morte di una giovane donna che aveva osato ribellarsi alle regole della famiglia, alle continue vessazioni e aveva cercato la liberta, fisica e soprattutto morale, che gli era stata da sempre limitata, e negli ultimi anni addirittura preclusa, proprio da chi, per legge universale e per legge data, anziché togliergliela, avrebbe dovuto garantirgliela. Aveva cercato la liberta, ma non vi era riuscita fino in fondo per l’amore verso i propri figli, che avrebbe voluto far vivere in un contesto diverso da quello in cui essa stessa era stata costretta a vivere, figli che i suoi familiari hanno biecamente usato come arma di ricatto per indurla a rientrare nei ranghi.

Emblematica, perche essa non rappresenta che la punta dell’iceberg di una fenomenologia sociale che la storia, anche giudiziaria, degli ultimi lustri prova essere assai diffusa in strati della popolazione calabrese non di trascurabile importanza. È il ripetersi di altre storie, specie di donne, già drammaticamente conclusesi in modo analogo, ma è soprattutto la riprova che molte persone come questa giovane donna ancora oggi vivono all’interno di famiglie che non consentono il minimo spazio alle aspirazioni di vita diversa e libera, che non tollerano ribellioni, essendo piuttosto da preferirsi la soppressione fisica o comunque l’annientamento del soggetto “ribelle” alla messa in discussione dei valori mafiosi e del falso, vacuo e fuorviante concetto dell’onore che, solo, può consentirne la perpetuazione».

Il resto, purtroppo, lo conosciamo già. È cronaca recente.