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Il talento artistico di Domenico Romeo

L'intervista al graphic designer originario di Palmi

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Simboli grafici e tratti calligrafici sono i segni distintivi del suo stile, uno stile fatto principalmente di bianco e nero, di figure ricercate che generano volti umani e curve animali. Nel 2013 ha “rigenerato” uno dei luoghi più fatiscenti di Rosarno, il muraglione di via sottotenente Gangemi, sul quale ha disegnato una piovra bianca su sfondo nero, ma la sua fama ed il suo talento oltrepassano i confini regionali.

Stiamo parlando di Domenico Romeo, classe ’88, graphic designer originario di Palmi. È uno che l’arte ce l’ha nel sangue: nel 2012 collabora con la Galleria 999 Contemporary di Roma ed un anno più tardi inaugura proprio lì la sua prima mostra personale, dove mostra tutto l’alfabeto criptico da lui stesso pensato e realizzato. Ancora a Roma collabora con il Comune per la riqualificazione della Stazione Tiburtina ed al progetto di rigenerazione urbana nel quartiere di Tor Marancia.

Lavora nel Regno Unito con House of Peroni, collabora con il Comune di Varese, con quello di Rosarno nell’ambito del contest “A di città” e con diversi brand.

Quando esprime la propria arte, Domenico racconta se stesso, e lo fa in maniera originale. Lo abbiamo incontrato e ci ha parlato di sé e del suo lavoro.

Cos’è per te l’arte?
«Ogni essere umano matura l’esigenza di esprimersi attraverso una pratica intellettuale più o meno materiale.
Ciò fa di tutti gli uomini dei potenziali artisti. Ma non tutti gli uomini sono dei buoni artisti. Per me c’è di più.
Ritengo che l’arte sia la perfetta sintesi delle esperienze della vita quotidiana, rielaborate dalle esperienze dell’artista che la produce. L’arte è una continua ricerca».

Da cosa trai ispirazione quando decidi di prendere in mano pennelli e colori?
«Tutta la mia produzione si basa sullo studio del segno. Le ispirazioni maggiori derivano dalle antiche calligrafie arabe e orientali, fino alla ossessiva ricerca del lettering dei “graffitari” contemporanei. Gli studi accademici sulla tipografia hanno contribuito ad andare a fondo in materia di lettere, spingendomi sempre di più ad astrarle e decostruirle».

La graphic art è sempre più utilizzata oggi per “nascondere” il degrado e le brutture delle periferie e renderle decorose, e Tor Marancia a Roma è un po’ l’emblema di questa tendenza. Credi che questa espressione artistica abbia una sorta di mission sociale?
«Io ritengo che l’arte in generale abbia una mission sociale, che è quella di porre dei quesiti, stimolare la curiosità all’indagine e sensibilizzare i cittadini. L’arte pubblica è sicuramente molto più a contatto con essi perché “invade prepotentemente” il territorio urbano, quindi la responsabilità è maggiore».

Parlaci un po’ del tuo alfabeto calligrafico. Come nasce?
«Sono stato da sempre ossessionato dalle lettere, specialmente dagli alfabeti gotici, al punto di ridisegnarne a mano ogni silhouette. A furia di studiare ho deciso di comporre un alfabeto mio personale, criptico, composto da ventisette caratteri con il quale scrivevo frasi rivolte solo a me stesso.
Successivamente ho continuato ad evolvere la produzione. Adesso le mie lettere sono prevalentemente astratte, fluide. Mi sento ancora all’inizio dell’opera».

Utilizzi quasi sempre il nero e il bianco, ovvero assenza di colore e luce altissima. Perché?
«Il nero su bianco garantisce il massimo contrasto e il segno si esprime al meglio. Inoltre Bianco e Nero hanno una carica insita capace di raccontare qualsiasi dualismo. Perciò Luce e Buio, Sole e Tenebre, Paradiso e Inferno. E spesso le mie creazioni sono duali. Rispecchiano il mio essere».

La tua carriera artistica è iniziata dopo l’avvio degli studi universitari. Quando e come hai capito che la strada da percorrere era un’altra e hai scelto l’arte?
«La mia ricerca è partita anni fa, spontaneamente e inconsciamente quando ero alle scuole medie. Da allora non si è mai arrestata seppur i miei studi stavano prendendo altre vie. Ho capito che era il caso di abbandonare del tutto gli studi di Giurisprudenza, che non disdegnavo, quando ho notato che il tempo che dedicavo alla carriera artistica non era sufficiente da garantire dei risultati soddisfacenti. A quel punto ho operato una scelta, qualcosa doveva finire e la strada della creatività artistica ha avuto la meglio. Non me ne pento».