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Rosario Livatino, da martire della giustizia a patrono dei magistrati italiani

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Il 7 ottobre 2026 il beato Rosario Angelo Livatino è divenuto «patrono presso Dio dei magistrati
d’Italia». Una proclamazione siglata da un decreto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti e promossa dal presidente della CEI, Cardinale Matteo Maria Zuppi, il quale, accogliendo
la richiesta del Comitato promotore, ha osservato: “Livatino fu capace di contemperare la verità con la
carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato
dalla fede e dalla preghiera”.
Rosario Livatino aveva solo 38 anni quando venne barbaramente assassinato dalla Stidda agrigentina,
mentre si recava in tribunale, senza scorta, alla guida della sua vecchia Ford Fiesta amaranto.
Era il 21 settembre 1990 e sulla strada statale tra Canicattì e Agrigento la sua auto venne prima
speronata da una Fiat UNO e affiancata poi da una moto da enduro con due sicari in sella. Vennero
esplosi diversi colpi di pistola, che infransero il lunotto dell’auto e ferirono il giovane magistrato.
Quando la macchina venne bloccata contro il guardrail, il giudice Livatino, ferito, ne uscì, tentando
una disperata fuga nella scarpata, ma venne raggiunto dai killer, che gli spararono alle spalle,
facendolo cadere a terra, per poi esplodergli contro i due definitivi colpi mortali.
Dalle deposizioni rese da uno dei killer, Gaetano Puzzangaro, si sa che il Beato Livatino, prima di
morire, pronunciò le seguenti parole: “Picciotti, che cosa vi ho fatto?”, una frase, che, a distanza di
anni, ha risvegliato la coscienza sia di Puzzangaro che dell’altro sicario, Domenico Pace, portandoli a
chiedere perdono per il delitto commesso e a dichiararsi pentiti per ciò che avevano commesso.
Rosario Livatino è stato un Magistrato che ha vissuto con il carisma dei Santi il proprio lavoro,
facendone una missione, al punto da dire: “Quando moriremo nessuno ci chiederà quanto siamo stati
credenti, ma credibili”; viveva la sua fede senza sfarzo e senza ostentazione, in modo autentico.
L’unico segno esteriore era l’acronimo S.T.D., “Sub tutela Dei”, riportato sistematicamente sulle
proprie agende di lavoro, non come semplice motto, ma come simbolo della dedicazione della propria
vita professionale a Dio. Per tali ragioni il boss Giuseppe Di Caro, che abitava nel suo stesso stabile, lo
definiva in modo dispregiativo “santocchio”.
Secondo gli atti del processo, scaturito con la sentenza di condanna di esecutori e mandanti del suo
omicidio, Rosario Livatino è stato ucciso perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività
criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non
compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la
proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia». Per tali ragioni è stato riconosciuto come
il primo magistrato martire della storia e il suo martirio avvenuto per odium fidei, culminando nella
beatificazione il 9 maggio 2021 nella cattedrale di Agrigento.
Il ruolo di Livatino è stato rievocato con commozione anche dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio,
durante la cerimonia di intitolazione al magistrato della piazza antistante la biblioteca di Scorzè, alla
presenza degli studenti e di Salvatore Insenga, cugino del giudice.
Nordio, ricordando il sacrificio di tanti magistrati caduti per lo Stato, ha evidenziato come Livatino
non solo avesse offerto la sua vita allo Stato, ma ai suoi assassini il perdono “ed è questo che, ancor
più di un magistrato martire, ne fa un santo”.
Il Guardasigilli ha, inoltre, rievocato un toccante episodio: nel 2023, la camicia insanguinata di
Livatino, quella che indossava quando venne ucciso e che è conservata come reliquia, fu portata al
Ministero della Giustizia ed esposta nella sala adiacente all’ufficio del ministro. Quella stanza è stata
intitolata proprio a Rosario Livatino e vi si tengono le riunioni più importanti dell’amministrazione
giudiziaria, quasi come a chiedere ispirazione e guida al Beato nelle scelte più difficili.
La magistratura italiana, al pari di tutti gli operatori del diritto, avvocatura compresa, aveva già in
Sant’Ivo di Bretagna il suo patrono. Vissuto fra il XIII e il XIV secolo, Sant’Ivo è passato alla storia
per la sua strenua difesa dei deboli e degli indigenti dai soprusi dei prepotenti.
Il Beato Livatino è un modello di fede e d’integrità morale, di assoluta impermeabilità alle lusinghe
devianti dalla corretta amministrazione della giustizia e di solidità nel suo esercizio.

È un simbolo, come diceva papa Francesco, “non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che
operano nel campo del diritto…un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente
nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi
con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e
applicare la legge”.