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L’ombra della ‘ndrangheta dietro la morte dell’ultras della Juventus

Raffaello Bucci era stato interrogato in Procura a Torino pochi giorni prima della morte, avvenuta quasi certamente per suicidio. I magistrati indagano sui legami tra la malavita organizzata infiltrata nella tifoseria bianconera e il business del bagarinaggio

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Raffaello Bucci
Raffaello Bucci

Un’inchiesta nella quale il mondo delle tifoserie si fonde con quello sporco della criminalità organizzata, farebbe da sfondo alla tragica e misteriosa morte di Raffaello Bucci, l’ex capo ultras dei Drughi che la Juventus aveva inserito nel suo organico, affidandogli il delicato ruolo di gestire i rapporti con i tifosi delle curve. Bucci è stato trovato morto sotto il viadotto dell’autostrada Torino-Savona due giorni fa, proprio lì dove morì Edoardo Agnelli 16 anni fa.

Ciccio, così lo chiamavano tutti, giovedì mattina era stato sentito in procura a Torino dai magistrati che indagano sui presunti legami della ‘ndrangheta infiltrata nella curva bianconera, ed il business del bagarinaggio. Lunedì scorso un’operazione congiunta di carabinieri, polizia e guardia di finanza, ha portato all’arresto di 18 persone, considerate dalla Procura piemontese esponenti dei clan rosarnesi dei Bellocco e Pesce; Bucci, che non era indagato, era stato chiamato in Procura come testimone, ma avrebbe fatto scena muta.

Era originario di San Severo Raffaello Bucci, ed aveva 41 anni; per anni era stato capo carismatico nel gruppo di ultras dei Drughi e dalla scorsa stagione la società bianconera gli aveva dato il ruolo di consulente, come Supporter Liaison Officer, ovvero delegato ai rapporti con i tifosi. E’ un ruolo che la Fifa ha introdotto di recente, chi lo riveste svolge funzione di «anello di congiunzione» tra tifoseria e club, col compito di controllare la biglietteria, «intervenire in caso di problemi, verificare eventuali complicazioni per l’ingresso allo stadio e mediare, se necessario con i tifosi».

Raffaello Bucci era considerato dagli inquirenti, per il ruolo che ha rivestito e per i trascorsi nella tifoseria, un testimone chiave dell’inchiesta sulla presunta presenza della ‘ndrangheta in curva, così come Dino Mocciola, 52 anni, a lungo leader dei Drughi. Bucci è morto e Mocciola non si trova. Il 52 enne, infatti, convocato in Procura come testimone insieme a Bucci, non sarebbe stato trovato.

Nell’inchiesta della Procura di Torino, la ‘ndrangheta sarebbe presente in almeno due episodi ben circostanziati, risalenti entrambi al febbraio di due anni fa. Il giorno del derby Juve-Toro, era il febbraio del 2014 appunto, Mocciola proclama lo sciopero del tifo; due giorni dopo Rocco Dominello, figlio di Saverio, vicino secondo gli inquirenti ai clan di Rosarno, si propone di fare da paciere e chiama al telefono il security manager della Juventus, Alessandro D’Angelo.

Secondo quanto riportato questa mattina su Dagospia, D’Angelo avrebbe detto: «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada».
L’altro episodio in cui spunta la ‘ndrangheta, è datato 15 febbraio 2014. In un bar di Torino, gli investigatori seguono un incontro avvenuto tra Fabio Germani (fondatore di «Bianconeri d’ Italia», organizzazione no profit di tifosi), Dominello e Marotta. Secondo la ricostruzione, i tre parlano di un provino alla Juve per il figlio di Umberto Bellocco, del clan di Rosarno, che poi sarà scartato.

Nessun dirigente bianconero risulta indagato ma l’inchiesta è solo all’inizio.