Lipari

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Cave di pomice ed ossidiana facevano da cornice alle mie estati.

Lì, in quella spiaggia bianca di Lipari, trovavano ristoro la mia mente e il mio corpo, dal lungo freddo umido che attanagliava l’Inverno.

Mi spostavo a Canneto per assaggiare il piatto tipico dell’isola: “pani conzatu”.

Si trattava di biscotto di pane, con pomodori, olio di oliva, olive verdi  e gli immancabili, protagonisti  liparoti, capperi.

Erano le ore diciotto di  un caldo pomeriggio di agosto, quando suonò la campana nella chiesetta di San Pietro.

Spinta dal desiderio di frescura entrai, silenziosamente, sedendomi su un banco, appena distante dalla porta d’ingresso.

Di lato a me, sedeva una anziana signora che mi rivolse gli occhi, esclamando: “Fa caldo, vero?” ed io: “Tanto! …cercavo una sarta nell’Isola, ma da stamattina non trovo nessuno che mi dia indicazioni a riguardo”.

Lei: “Guarda quel ricamo sulla tovaglia dell’altare… le mie mani, un tempo, erano capaci… Ora fanno gran fatica. Vicino al porticciolo di Marina Corta, c’è  una piccola ma suggestiva chiesa, con affreschi e sculture del passato. Fai visita e troverai altri miei lavori. L’isola mi conosce… Fu qui, un tempo, anche qualche donna importante alla quale cucii l’abito da sposa. Qualcuna, negli anni, è poi tornata a salutarmi. Già… fare ritorno all’isola è difficile.  Pensa che la mia unica figlia non torna da moltissimo tempo. Io sono qui, ad aspettarla, nella speranza che possa vedermi prima di addormentarmi per sempre”.

Mi diede in mano una collana con un pendente in pietra, quella tipica dell’isola, dicendomi di conservarla con la promessa di restituirla a lei, al mio ritorno.

Mi diede una carezza alle mani – come una sorta di benedizione – e mi sorrise.

L’anno dopo, ritornai per le mie solite vacanze.

Andai alla ricerca della signora, presso la casetta nella quale abitava, che mi aveva indicato l’anno precedente.  Bussai alla porta ma non  rispose nessuno.

 Chiesi di lei ai vicini, seduti davanti al portone, intenti a chiacchierare ad alta voce.

Mi dissero che era morta qualche mese prima e che, poco prima di morire, aveva lasciato detto che, se per caso fosse ritornata sull’isola una donna alla quale lei aveva regalato una sua collana, le avrebbero dovuto consegnare alcuni dei  suoi più pregiati ricami, realizzati da giovane.

I signori, infatti, mi diedero una scatola con un foglio, sul quale si leggeva: “A te ho donato la mia collana della fortuna. Se ci incontreremo, un giorno, lontano dall’isola, me la restituirai. Felice del nostro incontro. Abbi cura di te, non dimenticare Lipari e vivila finché avrai respiro. Somigliavi tanto, alla mia figliola che non ha fatto più ritorno. Pietrina”.

Mi commossi.

Una signora mi diede un bicchiere di acqua e con un sorriso mi disse che Pietrina era una donna meravigliosa che aveva donato la sua vita per l’isola, con una sfortuna. Aveva perso la figlia, anni fa, di malattia e da quel giorno la sua vita si era fermata. Viveva nel ricordo della fanciulla. 

Stremata dal dolore si spense, con questa ultima volontà: donare  i suoi ricami alla bella giovane che conobbe, in un caldo pomeriggio di agosto, nella Chiesetta di San Pietro.