L’illusione di zia Concettina

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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«…non mi pigghiati pe paccia, domani arriva a Befana e ndi porta i regali…».

Seduta con gli occhi fissi verso la finestra e con uno sguardo assente, zia Concettina ogni giorno ripeteva queste parole come fosse una cantilena.

La vestivano come una principessa pronta ad andare al ballo; le mettevano la collana più bella poiché diceva di essere una reginella e le davano una borsetta che non abbandonava mai, neppure per andare in bagno. All’interno, conservava un fazzoletto e le chiavi che considerava della sua casa.

Nel caso in cui fosse uscita per andare a fare la spesa, doveva averle in borsa.

In verità, mai lo aveva fatto… mai lo avrebbe potuto fare: zia Concettina non usciva mai di casa.

La sua era una vita abitudinaria, fatta di pensieri, lamenti, sguardi assenti, pianti che si alternavano, quotidianamente, a risate e sorrisi.

La follia aveva preso il sopravvento oramai da molti anni.

E stava lì, seduta a quella finestra ad aspettare che qualcuno suonasse al campanello e le portasse dei regali. 

Chi varcava quella porta, veniva subito accolto da zia Concettina con il sorriso e l’entusiasmo di chi è carico di attesa.

Puntualmente, subito dopo, pronunciava queste parole con un velo di tristezza: «…non era a Befana, chi peccatu…».

In solitudine si avvicinava, così, alla finestra della cucina, con in mano il suo gomitolo di lana e nel cuore le sue indomite speranze.