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La rivolta iraniana: una testimonianza dalla diaspora tra repressione e speranza

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In questo contributo, Parand Azizi offre una lettura intensa e profondamente critica della crisi che attraversa l’Iran, interpretando le recenti mobilitazioni come l’avvio di una possibile “rivoluzione nazionale” contro il regime teocratico. Attraverso una narrazione che intreccia testimonianze, dinamiche geopolitiche e riflessioni sul rapporto tra Stato, cittadinanza e identità, Azizi descrive un Paese segnato da repressione, blackout informativi e un crescente distacco tra la popolazione e le istituzioni. Il risultato è un quadro duro, controverso e destinato a suscitare dibattito, che invita a interrogarsi sul futuro dell’Iran e sugli equilibri regionali che lo circondano.

Quella che oggi può essere definita la Rivoluzione nazionale iraniana ebbe inizio il primo gennaio. Inizialmente si diffusero notizie di scioperi e, successivamente, di proteste su vasta scala. Il popolo chiedeva al principe Reza Pahlavi di guidare la rivoluzione e, dopo aver accettato la richiesta, egli ha invitato la popolazione a continuare la lotta.
Non era la prima volta che il popolo si ribellava dopo 47 anni di regime islamico anti-iraniano, ma questa volta disponeva di un leader riconosciuto in diverse città e i villaggi. Pochi media internazionali hanno riportato la notizia e nessuno sapeva con certezza che diverse migliaia di manifestanti, disarmati e inermi, che chiedevano libertà e la fine della dittatura islamica anti-iraniana, erano stati uccisi dalle forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il regime ha definito i manifestanti «mercenari nemici» ed ha sottolineato la necessità di reprimerli, attribuendo le proteste a Israele e agli Stati Uniti. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione negli ospedali e uccisero persino i feriti. Internet, i dispositivi di comunicazione, i telefoni e l’elettricità sono stati interrotti affinché i video e le notizie dei crimini non venissero trasmessi al mondo e i manifestanti non potessero ricevere gli appelli del loro leader.
Le notizie, precedenti all’interruzione delle comunicazioni, indicavano 300.000 feriti, 8.000 dei quali resi ciechi, e 20.000 morti, la maggior parte dei quali sotto i trent’anni, inclusi bambini e anziani. Le forze del regime hanno sparato persino contro manifestanti in fuga o già feriti per soffocare le proteste e creare panico, come già accaduto in passato.
Gli iraniani all’estero si sono uniti alla protesta, manifestando e diffondendo informazioni in numerosi Paesi, sebbene da dieci giorni non avessero più notizie delle proprie famiglie e dei propri amici in Iran. Questi eventi hanno spinto molti governi a chiudere le ambasciate iraniane e a inserire il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie nelle liste delle organizzazioni terroristiche, come è avvenuto in Australia, Germania, Francia, Portogallo, Argentina, Canada e Inghilterra. Tuttavia, molti Paesi sono rimasti in silenzio per motivi politici.
Il regime islamico iraniano è in profondo conflitto con il concetto di Stato nazionale iraniano. Secondo la legge, la sua massima autorità può non essere cittadino né residente in Iran e persino non essere eletta dal popolo iraniano. Il regime è in conflitto con il principio di cittadinanza e si considera responsabile principalmente del sostegno a tutti gli sciiti nel mondo e, in secondo luogo, ai musulmani in generale. Di conseguenza, la sua politica estera si fonda sull’ideologia piuttosto che sugli interessi e sulla sicurezza nazionale.
Il vuoto creato dall’assenza di uno Stato nazionale può talvolta essere colmato da governi autoritari o democratici, con ampia o limitata partecipazione delle forze interne, attraverso colpi di Stato, fasi termidoriane o rivoluzioni violente. Tuttavia, un sistema afflitto da conflitti strutturali non può ignorare a lungo i principi fondamentali delle regole internazionali né governare una nazione che ha acquisito consapevolezza della propria cittadinanza e dei propri diritti.
All’inizio delle proteste del settembre 2022, la mancanza di uno Stato nazionale era evidente agli occhi dei manifestanti e si manifestava in due forme: nella coscienza nazionalista e nella percezione di una condizione di occupazione. L’inasprimento del linguaggio dei cittadini rivelava più di ogni altra cosa una profonda divisione. Nei movimenti nazionalisti, la divisione della patria e il tradimento nazionale tendono a cristallizzarsi; di conseguenza, lo scontro, sia verbale sia pratico, ha raggiunto rapidamente il suo livello più intenso.
Le proteste di quest’anno, a differenza di tutte le precedenti, si svolgono sotto l’attenzione vigile della Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato pubblicamente almeno due volte di colpire le posizioni del governo iraniano qualora i manifestanti fossero stati uccisi, un fatto senza precedenti. Oltre al sostegno statunitense, la Repubblica Islamica dell’Iran ha subito un’ulteriore sconfitta rispetto al 2022, perdendo i suoi principali alleati in Medio Oriente: la caduta di Bashar al-Assad, la sconfitta di Hezbollah e Hamas, la limitazione delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, l’indebolimento degli Houthi in Yemen e il rovesciamento di Maduro rappresentano le principali battute d’arresto del regime iraniano in Medio Oriente e in Venezuela.
Le mani del polpo sono state tagliate e resta soltanto la testa. Le risorse della nazione iraniana, spese per anni a favore di gruppi terroristici e per la costruzione di armi nucleari destinate a distruggere Israele e l’Occidente, sono state dissipate invece di essere investite nello sviluppo dell’Iran e del suo popolo, o sono finite nelle mani dei vertici del regime e delle loro famiglie, dentro e fuori dal Paese. Nel frattempo, la popolazione è stata schiacciata da pressioni economiche sempre più insostenibili.
Dopo aver incoraggiato i manifestanti iraniani a proseguire le proteste, il presidente Donald Trump ha rinviato un attacco all’Iran a causa delle pressioni dei Paesi arabi e della Turchia, dell’opposizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di alcuni ambienti militari. Tuttavia, un attacco statunitense resta probabile per le seguenti ragioni:
1- Secondo la sua psicologia politica, Trump ha costruito la propria carriera sul concetto di “grandezza americana” e sullo slogan “Make America Great Again”. Egli ha più volte accusato i democratici, tra cui Barack Obama e Joe Biden, di debolezza sulla scena internazionale.

2- Il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato di non esitare a infrangere le regole dell’arena internazionale, imponendo dazi commerciali, con le azioni messe in atto contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro e cercando di appropriarsi della Groenlandia.

3 La Cina, principale rivale degli Stati Uniti, è l’unico grande acquirente di petrolio iraniano, che sfrutta in cambio di beni di scarso valore nonostante le sanzioni. Inoltre, Pechino ha firmato un contratto venticinquennale per esercitare un’influenza dominante sull’Iran, che occupa una posizione strategica e geografica centrale nel Medio Oriente.
Pertanto, sarebbe nell’interesse degli Stati Uniti e dell’intera regione liberare il Medio Oriente da un regime terrorista e destabilizzante.