La bicicletta

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Quella mattina l’avevo lasciata vicino ai gradini della scuola. Ero di fretta e piovigginava. Mi ricordai che all’uscita sarei dovuto passare in farmacia per prendere lo sciroppo a mamma. Era a letto con la tosse. Il dottore aveva detto che i suoi polmoni erano deboli e bisognava seguire accuratamente la terapia, da lui prescrittale affinché guarisse.

La prima ora trascorse velocemente con la lettura della poesia “L’odore dei mestieri”, di Gianni Rodari. E ci divertimmo, così, a descrivere gli odori che percepivamo mentre camminavamo lungo la via che ci conduceva a casa.

Il mio preferito era quello che avvertivo passando davanti al fornaio. Entrandovi, la mia attenzione veniva, inesorabilmente, catturata dalle pagnotte fumanti che di buon mattino erano già pronte.

E poi dalle ciambelle e biscotti di riso… ahimè, cibo per ricchi!

Mamma, al mattino, mi porgeva una sola moneta che sarebbe dovuta bastare per il pane e, quindi, a sfamare me e i miei due fratellini.

Passammo alla lezione di Storia e poi alla Matematica: le addizioni.

Ma nella mia mente, sorvolava uno strano pensiero.

Qualche giorno prima, un bambino, con tono minaccioso, aveva pronunciato queste parole: «La tua bicicletta è vecchia e tu sei un pezzente».

Ero rimasto male. Non avevo nemici, ma stavo attento ad un gruppetto di ragazzini che cercava di metter paura a tutti gli altri.

Prima che suonasse la campanella, mi accorsi di aver lasciato il mio quaderno di italiano sotto il banco e lo raccolsi con attenzione, rimettendolo dentro la cartella. Al suono, tutti entusiasti, ci mettemmo in fila per l’uscita. Salutammo il maestro e uscimmo frettolosamente.

Appena scesi le scale dell’ingresso, notai che la mia bicicletta non c’era. Mi voltai, pensando che il bidello l’avesse spostata per pulire i gradini. Succedeva spesso. Non la vidi neppure appoggiata al muro. Feci il giro del giardino della scuola, ma la mia bicicletta non c’era.

«Me l’hanno rubata» – pensai – «Ne sono sicuro. Lo hanno fatto per cattiveria. Per mettermi paura».

A me, invece, serviva tanto.

Quel giorno, dovevo andare in farmacia a comprare lo sciroppo. Non sarei giunto in orario di apertura camminando a piedi. Mia madre avrebbe sofferto tutta la giornata.

Mi incamminai triste, con le lacrime agli occhi e sentendomi in colpa.

Dopo qualche giorno, il mio maestro suonò al campanello di casa: sorpreso della sua visita, aprii il portone e col sorriso negli occhi mi indicò con la mano una vecchia bicicletta: «Te la presto! A me non serve… la tenevo in cantina», mi disse.

Felice di quel regalo scoppiai in lacrime.

E così la mia nuova vecchia bicicletta mi accompagnò fino all’ultimo anno della scuola elementare.