Il privilegio di chi, in questa giornata, potrà dire “io c’ero” segna la misura di un evento che resterà nella memoria collettiva. Alla Casa della Cultura di Palmi, gremita e sospesa nell’ascolto, la figura di Armando Veneto si è confermata nella sua imponenza: un gigante del diritto, un politico di razza, un pezzo di storia che continua a parlare con la limpidezza dei saggi e l’entusiasmo dei fondatori.
Novant’anni portati con la forza di chi ha attraversato tempeste senza piegarsi, Veneto ha aperto la manifestazione delle Camere Penali con un intervento che è stato molto più di un saluto inaugurale: un rito civile, un atto di amore verso la comunità forense e verso la libertà. «Sono contento di essere con voi, perché questa è una riunione di persone per bene», ha detto, consegnando alla sala una verità semplice e antica.
Ha rievocato il tempo delle origini, quando «i dodici pazzi» credettero nell’indipendenza dell’avvocatura come presidio di libertà. «Sono l’ultimo dei sopravvissuti», ha ricordato, con fierezza e gratitudine, vedendo davanti a sé una comunità che continua quella battaglia.
Il discorso si eleva quando l’Avvocato ha parlato della libertà: non simbolo astratto, ma lavoro quotidiano che richiede disciplina, sacrificio e presenza. Poi, come in un testamento morale, ha consegnato una definizione destinata a divenire monito: “Non siamo una casta, ma un’associazione fondata sulla bellezza della donazione e sull’impegno affettuoso.”
Un pensiero che racchiude la sua filosofia: l’avvocato come servitore della comunità, presidio umano oltre che giuridico, voce che apre spiragli quando tutto sembra chiuso.
Il suo intervento si è chiuso con un augurio che per le istituzioni «Vi voglio bene. Procuriamo gioia alla nostra comunità».
Gli applausi finali non sono stati una formalità, ma un atto di gratitudine. Perché Palmi ha avuto il privilegio di ascoltare uno dei suoi figli più illustri, un uomo che ha fatto la storia e che continua a indicare la rotta con la forza della sua parola e del suo esempio.





