Il sogno di Clotilde

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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«Se chiedono di me, tu di’ che sono andata da zia Evelina a somministrarle le medicine. Se tarderò, penseranno che mi sono dilungata a chiacchierare con lei su fatti del paese».

Era questa la sola ed unica bugia che, ogni giorno, consentiva a Clotilde di portare avanti ciò che aveva in testa.

«Non siamo mica nel Medioevo. La donna ha voglia di lavorare. Non posso dipendere da un essere barbuto che mi vorrà solo per procreare figli, per stirare camicie e cucinare brodo di pollo?».

Clotilde, ragazza ardente e bellicosa, terza di quattro femmine, rifiutava fermamente le imposizioni del padre e la tradizione di famiglia che incoraggiava il matrimonio della donna in giovane età.

«Ti farà venire un’ accidente. Credi, sia il caso di urlare così tanto alla tua età?», diceva Nora, la moglie.

Don Anselmo, dallo sguardo furibondo, rispondeva: «Ne parleranno fin lassù in montagna. Quella sfacciata di tua figlia, si accontenta di fare la zitella, come tua sorella, pur di avere a che fare con libri e matite. Non troverà giovane disposto a sposarla se continua così».

Clotilde, ogni mattina, se ne usciva, zitta zitta, con stivali e mantella rossa, percorrendo la lunga strada sterrata che la conduceva dinanzi alla casetta che accoglieva i bimbi del paese.

Insegnava loro a leggere e scrivere, perché era il suo sogno. E niente e nessuno l’avrebbe ostacolata nel progetto.

Semplicemente li amava quei piccoli, come fossero suoi. Rinunciando, fino a quel momento ad averne di suoi, pur di dar loro alcune possibilità di vita.