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Il padrone del territorio: nell’ordinanza il presunto dominio di Rosario Costa su Melicucco

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Minacce, estorsioni, interferenze nelle attività economiche e rapporti con le istituzioni. È il quadro delineato dagli inquirenti nell’inchiesta che ha portato a dodici arresti e che individua in Rosario Costa, detto “Angelo”, la figura centrale della cosca di Melicucco.

Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza firmata dal gip Claudio Treglia, Rosario Costa non sarebbe stato soltanto un affiliato di rango della ‘ndrangheta locale, ma il principale punto di riferimento di un sistema di controllo capace di incidere sulla vita economica, sociale e amministrativa del territorio.

Per il giudice sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine alla partecipazione all’associazione mafiosa con un ruolo apicale. Un percorso che, secondo l’accusa, affonderebbe le proprie radici in una lunga appartenenza alla cosca di Melicucco. Nell’ordinanza vengono richiamati infatti precedenti elementi investigativi e processuali che collegano il nome di Costa all’ambiente della criminalità organizzata già emerso nel procedimento “Crimine” e successivamente nell’inchiesta “Hybris”.

La ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia evidenzia una progressiva scalata interna all’organizzazione. Attraverso le dichiarazioni raccolte e le intercettazioni, gli investigatori delineano il percorso che avrebbe portato Costa a ricoprire posizioni di vertice all’interno del locale di ‘ndrangheta di Melicucco.

Secondo gli atti, sarebbe stato introdotto nell’organizzazione in giovane età e successivamente investito di responsabilità sempre maggiori fino ad assumere, insieme al fratello Carmelo, un ruolo guida nella cosca.

L’ascesa, secondo quanto riportato nell’ordinanza, sarebbe stata accompagnata da contrasti interni e da una gestione diretta delle attività estorsive sul territorio.

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda la capacità intimidatrice che, secondo l’accusa, il gruppo avrebbe esercitato sulla comunità locale.

Il gip descrive Rosario Costa come una figura alla quale ci si sarebbe rivolti per risolvere controversie private, recuperare beni sottratti, recuperare crediti o ottenere “protezione”. Nella ricostruzione degli inquirenti sarebbe intervenuto nelle compravendite immobiliari, nelle dispute tra privati e nelle attività economiche locali, imponendo decisioni e condizioni attraverso il peso della propria autorità criminale.

Il suo presunto braccio operativo sarebbe stato Dario Varamo, indicato dall’accusa come il tramite incaricato di eseguire e riferire le direttive impartite dal vertice della cosca.

Tra i capitoli più delicati dell’indagine vi è quello relativo ai rapporti con l’amministrazione comunale di Melicucco.

Gli inquirenti contestano agli indagati di avere fatto leva sulla forza intimidatrice derivante dall’appartenenza mafiosa per condizionare l’azione amministrativa e orientare alcune decisioni pubbliche.

Emblematico, secondo la Procura antimafia di Reggio Calabria, sarebbe l’episodio risalente al settembre 2022 relativo al trasferimento del caseificio della famiglia Costa. Al centro della vicenda vi era la necessità di definire una pratica amministrativa collegata alla chiusura di una precedente attività gravata da significativi debiti tributari.

Le intercettazioni documenterebbero un incontro avvenuto in una masseria di contrada San Fili tra Rosario Costa, Dario Varamo e il sindaco di Melicucco, Francesco Nicolaci, che non risulta indagato.

Nel corso del confronto, secondo l’accusa, Costa avrebbe esercitato forti pressioni affinché venisse trovata una soluzione alla pratica amministrativa, arrivando a pronunciare frasi ritenute dal gip di contenuto minaccioso. Lo stesso sindaco, secondo quanto emerge dagli atti, avrebbe manifestato le difficoltà burocratiche e normative che impedivano una soluzione immediata.

Per la Procura, questi episodi sarebbero la dimostrazione di un tentativo di assoggettare l’attività amministrativa agli interessi della cosca.

Tra gli episodi contestati compare anche la vicenda di un’autoscuola di Melicucco.

Secondo la ricostruzione accusatoria, il mancato superamento di un esame di guida da parte di Rosario Costa e, successivamente, del figlio Carmelo avrebbe dato origine a una serie di intimidazioni nei confronti del titolare dell’attività, Vincenzo Bitonti.

L’ordinanza riferisce di minacce, violenze e pressioni che avrebbero avuto l’obiettivo di costringere il titolare a chiudere l’attività e ad allontanarsi dal territorio. Tra gli episodi contestati figurano anche aggressioni fisiche e minacce di incendio rivolte all’autoscuola.

Per gli inquirenti, la vicenda assume un valore simbolico perché mostrerebbe come anche una questione apparentemente ordinaria, quale una bocciatura all’esame di patente, potesse trasformarsi in un’occasione per affermare il controllo mafioso sul territorio e sulle attività economiche locali.

Nella lettura fornita dalla Direzione distrettuale antimafia, il gruppo criminale avrebbe operato come una sorta di struttura parallela capace di sostituirsi alle istituzioni nella risoluzione di controversie, nella gestione di rapporti economici e nelle dinamiche della vita quotidiana.

Una condizione che, secondo gli investigatori, avrebbe alimentato un sistema fondato sulla paura e sull’intimidazione, nel quale la cosca veniva percepita come interlocutore obbligato per la soluzione di problemi privati e pubblici.

Saranno ora il confronto processuale e le successive fasi giudiziarie a verificare la fondatezza delle accuse mosse nei confronti degli indagati, che allo stato sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.