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Il nastro nero

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Viaggiavamo da qualche minuto. Io e Viola eravamo già lamentose ed insofferenti, essendo le piccole di famiglia.

Attorno a  noi tutto sembrava assumere un colore nettamente più tendente al grigio e con la neve, il paesaggio diventava bianco.

Gli alberi erano spogli e i pochi rami, quasi secchi, ancora lunghi verso il cielo, catturavano gli ultimi raggi di sole. L’azzurro del cielo meno brillante.

Ci fermammo per qualche istante, perché mamma soffriva il mal d’auto, anche se in verità, era da poco tempo che eravamo in cammino.

Approfittai, incuriosita, ad avvicinarmi al tronco di un albero e con il polpastrello a provare a sfiorarlo. Indietreggiai immediatamente. Il freddo era tanto lassù. E la neve anche. Quell’inverno era così silenzioso e gelido, che sembrava voler lasciare in me tanta malinconia.

Salimmo nuovamente in macchina.

«Fate le brave, mi raccomando. Tu, Sofia, controlla che Viola abbia il cappotto ben abbottonato».

Indossavo un cappotto nero. E mi fecero una treccia ai capelli, chiudendola con un nastro nero. Non capivo la scelta di tale colore. Io amavo il giallo. Viola il rosso.

Ad un tratto, in fondo al viale, costeggiato da cipressi alti e sottili, vidi un campanile.

Arrivammo in una grande piazza, piena di gente.

 Qualcuno mi disse: «Porterete con orgoglio il suo nome, piccole bimbe».

Mi scese una lacrima. Capii, così, di essere al funerale di mio padre.

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