Il malinconico farmacista

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Lo conobbi per caso, lungo la strada che mi conduceva verso la Chiesa. Era una giornata di sole e gli uccelli riempivano i silenzi delle strade che cominciavano a profumare e a colorarsi di margherite e rose.

Era attento ad abbassare la saracinesca della sua bottega, quando si voltò e mi chiese dove poteva trovare un sarto in grado di cucirgli un camice che gli necessitava per la farmacia.

«Non posso accogliere i clienti in camicia, mi sentirei poco credibile… sì… poco credibile».

Gli risposi: «Cucio di mestiere, ho un laboratorio svoltando verso destra. La invito a venire, così da poterle prendere le misure  e confezionare un bel camice degno di lei».

Venne, presi le misure. Scambiammo due chiacchiere. Notai il suo sguardo malinconico, quando gli domandai da dove provenisse. Mi raccontò di essere vedovo da qualche anno. Il forte dolore lo spinse a spostarsi con la sua attività, ma soprattutto, ad aiutare donne che avevano vissuto lo stesso male che gli strappò via la donna da lui amata.

Mi invitò per una tisana qualche giorno dopo. Non accettai. Mi incuriosiva molto quell’uomo barbuto dagli occhi neri, ma in lui c’era tristezza e rivedevo qualcuno del mio passato.

Mi cercò ancora. Diceva di aver bisogno di una “compagna di tisana”.

 Ma continuavo ad aver paura.

Somigliava ad Edoardo che venne in paese per via del lavoro. Si innamorò di me, delle mie stoffe, delle mie mani.

Poi, sparì.