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Il giorno in cui il Sacrario è caduto: Palmi davanti alla propria memoria

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È successo ieri. Una mattina come tante, con il cielo d’inverno che si stendeva sopra la città e la routine che scorreva tranquilla. Poi, all’improvviso, una voce: “Stanno demolendo il Sacrario”. Una frase breve, quasi sussurrata, ma capace di attraversare Palmi come un brivido.

Al cimitero, una pala meccanica lavorava già da ore. Le mura di cinta del Sacrario — quelle che per più di un secolo avevano custodito le vittime del terremoto del 28 dicembre 1908 — cadevano una dopo l’altra. Pietre che si sgretolavano, polvere che si alzava, un silenzio pesante che avvolgeva tutto.

Per molti Palmesi, quel Sacrario non era solo un luogo. Era un confine simbolico, un segno di rispetto, un punto fermo nella storia della città. Un luogo dove la memoria non aveva bisogno di parole, perché parlavano le mura, parlavano i fiori lasciati ogni anno, parlava il silenzio di chi si fermava a ricordare.

La notizia si è diffusa in poche ore. Prima incredulità, poi smarrimento, poi indignazione. Non tutti conoscevano i dettagli: che il Sacrario fosse stato inserito in un’asta pubblica, che fosse stato venduto a un privato, che la demolizione fosse stata autorizzata. Ma tutti hanno sentito che qualcosa di profondo era stato toccato.

I cittadini più colpiti chiedono oggi una presa di responsabilità da parte di chi ha consentito l’intervento. Non cercano polemiche, non cercano scontri. Cercano risposte. Perché un luogo così carico di significato è stato trattato come un bene qualsiasi? Perché non è stata informata la città? Perché la memoria è stata toccata senza condivisione, senza spiegazioni, senza un percorso pubblico?

Il dibattito che si è aperto non riguarda la legittimità o meno dell’atto. Non spetta ai cittadini giudicare procedure e atti amministrativi. Ciò che emerge, invece, è un bisogno profondo di chiarezza, di trasparenza, di rispetto verso un patrimonio immateriale che appartiene a tutti.

La vicenda del Sacrario, accaduta ieri ma destinata a lasciare un segno, ci ricorda che la memoria non è un elemento decorativo. È una radice. È ciò che tiene insieme una comunità, ciò che la rende consapevole del proprio passato e capace di guardare al futuro.

Forse, proprio da questo episodio doloroso, può nascere una riflessione più ampia. Una riflessione su come si custodiscono i luoghi simbolici, su come si comunica con la cittadinanza, su quanto sia importante condividere le scelte che riguardano la storia comune.

Perché una città cresce quando si prende cura della propria memoria. E quando la memoria viene toccata, è naturale che la comunità si fermi, si interroghi e chieda di capire.