HomeCronacaDéja-vu, condannato in Appello Giuseppe Bono per il reato di truffa

Déja-vu, condannato in Appello Giuseppe Bono per il reato di truffa

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Crolla in appello l’associazione per delinquere e l’aggravante dell’agevolazione mafiosa contestate, insieme a numerosi reati di truffa, a Giuseppe Bono, 45 anni, pregiudicato di Gioia Tauro, che il Gup della Dda di Reggio Calabria aveva condannato, nello stralcio del processo “Déja vu”, a quasi sei anni di reclusione con il rito abbreviato, confermando la misura della custodia in carcere emessa nel maggio del  2013 dal GIP di Palmi, Fulvio Accurso.

La Corte d’Appello, accogliendo le tesi difensive illustrate con articolate argomentazioni giuridiche, dal difensore di fiducia, Domenico Alvaro, dopo una lunga camera di consiglio ha assolto Bono con formula piena, per non avere commesso il fatto, relativamente al delitto associativo, escludendo inoltre l’aggravante mafiosa e, ritenuta la recidiva specifica reiterata infraquinquennale,  ha condannato Giuseppe Bono, a due anni e 10 mesi di reclusione per le  numerose truffe consumate per importi rilevanti, disponendone l’immediata scarcerazione per avvenuta espiazione della pena e revocando  l’interdizione legale e le misura accessorie nei suoi confronti.

Bono si trovava agli arresti domiciliari, in attesa della sentenza di secondo grado.

Quattro anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione sono stati invece inflitti, con la riduzione per il rito e l’attenuante speciale della collaborazione con la giustizia, ad Antonio Russo, il collaboratore di giustizia processato insieme a Carmelo Bono, dalle cui dichiarazioni, incrociate con quelle rese dall’altro collaborante, Pasquale Labate, era scaturita la contestazione dell’aggravante di agevolazione mafiosa, avendo i due collaboratori riferito che le truffe da loro consumate avevano ricevuto la copertura ed il benestare delle cosche gioiesi alle quali era stata versata una quota dei proventi ricavati dall’attività truffaldina.

Nel corso del processo di appello la Procura Generale aveva chiesto ed ottenuto che fossero esaminati i due collaboratori di giustizia, Russo e Labate, le cui dichiarazioni, in sede di contro esame condotto dal difensore Domenico Alvaro, avevano offerto nuovi spunti difensivi valorizzati dalla difesa in sede di discussione per dimostrare la mancanza dei presupposti giuridici per confermare l’esistenza dell’associazione per delinquere e l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Tesi accolta dalla Corte di Appello.

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