Come un albero di ciliegio

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Avevo bisogno di non pensare a nulla, e quella distesa di verde mi rilassava. L’idea della campagna, lungi da me da oramai tanto tempo, sembrava lentamente riaffiorare. E quel posto era tra i più belli e tranquilli al mondo.

Lì ripenso alla raccolta di ciliegie che tanto care erano alla mia famiglia e che rappresentarono la vera ricchezza per tutti i Placido.

Beh, forse sarà stato il troppo alcool versato dentro le bottigliette, dentro le quali venivano conservate le ciliegie sotto spirito che diedero alla testa a Serafino, mio fratello, e a zio Orlandino! Praticamente, gran parte dei soldi investiti in questa attività finivano per sperperarli nell’acquisto di pipe e sigari cubani. Che poi, a noi di Cuba, cosa ci poteva importare?

«Sei venuto per farmi ramanzine o per raccontarmi i tuoi nuovi progetti lavorativi? Sappi, che non me ne frega un bel niente, caro nipote! Qui, abbiamo bisogno di braccia e olio di gomito. Sono appena arrivati gli ordini che tra qualche settimana devono essere pronti. E abbiamo anche da raccogliere i pomodori per preparare le conserve per tutti noi. E tu, arrivi proprio al momento giusto!», mi disse Dino, così chiamavamo zio Orlandino, noi, piccoli di casa.

Che poi tanto piccoli, non eravamo! Io, classe ’78, Serafino, ’80, Rosa classe ’83 e poi le cugine (non proprio cugine di sangue, ma figlie della nuova moglie di zio Marcello) Agata e Caterina, eccessivamente scialose  e narcise, classe ’84.

Ehm…l‘accoglienza non fu proprio delle migliori, direi… anche se mamma mi venne incontro, sull’ uscio della porta, con un bel piatto di frittelle calde di “juri di zucchine”.

Nessuno di loro sapeva di me, negli ultimi due mesi.

Il radioso sole che risplendeva, le immense distese di campi coltivati, il rilassante canto degli uccellini, la leggera brezza, mi lasciavano ritrovare la pace dei sensi. Qui, si sente solo il rumore della natura, –  per un istante ti sembra di volare – .

«Laura, ha preferito rimanere in città? Lo so, lei ama quel ritmo frenetico e non smette mai di lavorare…», chiese mamma, con voce decisa.

Mamma ha sempre avuto un debole per Laura. Forse perché l’aveva vista crescere troppo in fretta. Rimasta orfana presto, e abitando nelle vicinanze della nostra tenuta, era per lei come una seconda figlia. Dolce e premurosa verso gli altri, ebbe sempre una marcia in più secondo mamma. 

Papà, invece, diffidente per natura, sollevava spesso qualche dubbio verso di lei. Probabilmente per via  di qualche reminiscenza di gioventù che riguardava il padre di Laura, con il quale non ebbe mai un gran bel rapporto, ripeteva papà.

Beh, devo dire che non potevo contraddirlo del tutto!

Quel cielo, magnificamente blu in quella sera di giugno, non mi faceva smettere di osservare quelle nuvole  dalla forma strana, e cominciavo ad associarle a cose, oggetti che conoscevo e sorridevo. Pareva di vedere nell’aria grosse palle di zucchero filato che mi riportavano  alla mente le passeggiate fatte al luna park, quando felice affondavo il volto nell’ovatta zuccherata e ne uscivo tutto appiccicoso.   

Il paesaggio era talmente bello da sembrare un disegno, una cartolina da spedire!

Ma la cosa più bella in assoluto era l’aria che respiravi, i profumi che attraverso le narici inebriavano il corpo: l’odore della terra, dell’erba, del fieno. E se restavi tanto tempo a guardare, potevi avere la fortuna di giungere al calar del sole, al momento in cui la natura sembra che si congedi dalla luce del giorno per andare a dormire. Giungeva poi il crepuscolo, e con le prime luci dell’alba tutto ricominciava: il miracolo della vita!

Le ciliegie mi avevano fatto innamorare di quella vita bucolica, ed è lì che Laura mi fece conoscere l’amore. La nostra prima volta, innocenti e disobbedienti, fu nella cantina di zio Orlandino. Che per fortuna non ci beccò. Ci rincorrevamo, incuranti dei nostri destini e di ciò che la vita ci avrebbe riservato. Lei, era bella, impetuosa ed impulsiva. Ma, stavolta l’aveva combinata grossa! Non eravamo mica dei bambini come allora!

Rosa, era appena rientrata da un viaggio di lavoro e stanca, decise di ritirarsi in camera sua quando d’un tratto squillò il telefono di casa. «Senti, io non so cosa dirti, se mio fratello non vuole risponderti, avrà le sue buone ragioni. Noi, qui, ti abbiamo voluto bene ma questo non dovevi farlo né a lui, né a tutti noi. A mio padre, gli verrà un colpo appena verrà a sapere che hai rubato dei soldi ad Enrico».

A questo punto, capii che Rosa era a conoscenza di tutto ma feci finta di nulla. Non volevo dar dispiacere a mamma per il momento. Era già gravata dai problemi del lavoro quotidiano e poi riservava la speranza che io e Laura convolassimo prima o poi a nozze. Insomma, darle conto di qualcosa avrebbe comportato una sorta di tragedia, conoscendola.

«Non sei il solito … ti vedo con un velo di pensieri in testa… il lavoro come va in città?», mi chiese Dino, con il suo solito sorriso. «Potrebbe andar meglio ma con i clienti procede bene. Sono soddisfatti, per il momento», risposi io, cercando di non far trasparire alcunché.

«Ehm… con Laura? L’ultima volta, l’ho vista infastidita e ansiosa di far rientro a casa. Certo che le donne di oggi, a faticare non hanno mica voglia!».

E non sbagliava Dino!

«Uno, due tre, quattro… beh,  pare che di ciliegie sotto spirito, quest’anno, ne produrremo a volontà. Mi hanno appena telefonato dalla locanda e ne vogliono quattro casse; il Signor Salvemini, due, una per la famiglia ed una per l’attività del figlio».  «Ecco,  proprio il suo nome doveva nominare», ho pensato fra me e me.

Salvemini è la causa di tutto e se lo becco davanti lo prendo a cazzotti.

Laura, essendo l’unica nipote, ereditò dai nonni materni delle terre con piante di uliveti e aveva in mente, nel casolare, ovviamente da ristrutturare con un progetto da me realizzato e sul quale avevamo speso tempo e fatica, di fare un agriturismo. Voleva dar vita ad un’attività per il periodo estivo. (Chiaramente, lei non avrebbe fatto altro che gestire delegando me per il resto. Non capiva molto di affari).

Salvemini era un uomo molto vicino alla madre di Laura, fin tanto che fu in vita.

Si diceva che le loro vite furono legate per molti anni da una storia d’amore, finita con la morte della madre di Laura per via di una malattia. Tutti dicevano fosse il papà di Laura. Era un uomo ricco e facoltoso, nonché dedito a prestare denaro a chi ne avesse bisogno. Giunto alla matura età, si avvicinò a Laura e, con segni di affetto e premura, cercava di accaparrarsi la sua attenzione, ignaro del fatto che Laura iniziava a condurre una vita sregolata fatta di impulsività e senza limiti. Ciò che guadagnava, spendeva. Probabilmente, vi era in lei un così tale vuoto da colmare che solo in queste spese senza senso, trovava l’unica ragione di benessere.

Purtroppo, più tempo passava e più lui la assecondava.

Una mattina di primavera, dopo aver bevuto il mio solito caffè ed aver letto le notizie della giornata, notai una stranezza: il mio portafogli era appoggiato sul letto e Laura era da poco uscita per andare a lavoro.

Lo raccolsi in mano e vidi che i soldi erano all’interno come li avevo messi la sera prima (sarei dovuto andare a pagare l’assicurazione che scadeva l’indomani). Vicino al cassetto dell’armadio, vidi alcuni maglioni in disordine. Lì, sotto quelli di colore scuro, tenevo alcuni soldi in contanti, circa 500 euro, che mi sarebbero serviti appunto, per pagare l’assicurazione. Infilai la mano e notai che non c’erano più. Non riuscivo a spiegarmelo. Che motivo c’era di prenderli senza dirmelo? Il nostro rapporto non si basava sulla fiducia e sul rispetto? Cosa mai avrebbe dovuto fare con quei soldi di così importante e senza chiedermi se li poteva prendere? Assurdo!

Mi sembrava surreale quel gesto!

Laura, negli ultimi giorni era strana, non poneva limiti a ciò che faceva.

Io non le chiesi nulla, speravo che introducesse lei il discorso. Ed invece, i giorni passarono e lei tenne nascosto tutto. Me ne andai da casa, lasciandole un biglietto con su scritto di smetterla di vivere così e di non cercarmi per il momento.

Dino ci mise all’opera presto per bollire i pomodori, quella mattina. Eravamo tutti riuniti come i vecchi tempi. Quell’aria così festosa, mancava da tempo. Le cugine, abituate a libri e letture, mostravano curiosità verso la vita di campagna, anche se poco propense a condurla sul serio.

Entrai in casa, assetato. E trovai Rosa che mi guardava con occhi smarriti. Le domandai cosa fosse successo e lei, con aria mortificata o quasi mi diede in mano dei soldi, dicendomi: «Avevo capito che c’era qualcosa che non andava e ho chiamato Laura. Mi disse di avere sbagliato a prendere dei soldi che avrebbe subito rimpiazzato ma le servivano per una giusta causa. Salvemini stava male e doveva partire per ricoverarsi e le chiese aiuto. Si trovava in difficoltà in questo ultimo periodo e lei si sentiva in debito con lui».

«È un momento difficile,  Laura è smarrita e non riesce a capire cosa vuole nella sua vita. Non ha freni e tutto il frutto dei suoi sacrifici lo sta mandando all’aria. Salvemini l’ha assecondata fin troppo o forse le ha stravolto la vita. Non riesce ad accettare di non avere avuto una vera famiglia? Questa presenza, comparsa così dopo tanti anni  e all’improvviso, l’ha catapultata in un a dimensione deleteria. Io, ho cercato di distoglierla da futilità ed eccessi e di ricondurla sui binari, ma tosta è tosta! Voglio stare un po’ da solo e lei deve riflettere sulla sua vita. Io ho intenzione di trasferirmi di nuovo qui, e riprendere in mano l’attività delle ciliegie. Voglio esportare e rivitalizzare alcuni tratti di terreno abbandonati, introducendo nuove colture. C’è Dino che mi darà una mano. Serafino curerà gli operai. Mamma e papà hanno un’età che non gli consente di gestire tutto, nonostante la forza che dimostrano. Beh, tu trovati un buon ragazzo e vai via. Non mi vorrai rimanere in casa zitella a vita?», le risposi.

Le mie parole restituirono nuovamente una sensazione di pace a mia sorella, seppur apparente.

Peccato che metà della nostra conversazione fu ascoltata da mamma che mando giù tutto senza dir una parola.

L’indomani, come consueta abitudine, alle sei ero già a terra, seduto in giardino a bere la mia tazzina di caffè e a mangiucchiare i biscotti di limone fatti la sera prima.

«Figlio mio, i Placido amano il prossimo come loro stessi e anche nell’errore. So tutto di Laura. Non la abbandonare proprio ora, non ha nessuno. In tutti questi anni è cresciuta nella solitudine di non aver avuto una famiglia. La madre fece un grande sbaglio, di sposare l’uomo sbagliato, anche se innamorata di Salvemini. Ma la famiglia  di Salvemini non la guardava di buon occhio perché proveniva da una famiglia di umili contadini, mentre  i Salvemini erano ricchi proprietari che vivevano in case sfarzose e lussuose. Erano i tempi in cui se non avevi un soldo non potevi varcare la soglia di alcuni casati della zona, per cui il loro amore fu ostacolato. Lo sapevamo tutte, noi, donne del paese.

Il fatto che lei, ora, si era avvicinata al suo vero padre, seppur con mille domande che non trovarono risposte nel corso degli anni, non ti deve allontanare da lei. Il gesto di prenderti quei soldi, sicuramente, non la giustifica e la porterà a riflettere. Vedrai, tornerà da te a chiederti scusa. Ma tu, non essere chiuso nel tuo guscio. Dalle un‘altra possibilità. Non le chiudere la porta».

Quel suono del trattore mi riconduceva, inevitabilmente a lei, ai momenti trascorsi lungo le distese di grano e alberi di ciliegio. E all’improvviso mi si formò un nodo alla gola.

In verità, non volevo chiuderla la porta ma volevo fosse lei a cercarmi, con la giusta consapevolezza sui suoi sentimenti e su ciò che era importante per la sua di vita.

Per il momento rimanevo a godermi quel calar del sole. Solo, con i miei alberi di ciliegio.