Lavorare nell’agricoltura rispettando i diritti dei braccianti è possibile.
A confermarlo è la cooperativa sociale Mani e terra, formata da 12 soci, metà italiani e metà africani. Si sono conosciuti attraverso l’associazione Sos Rosarno nel 2010 e lo scorso anno hanno affittato un terreno agricolo e hanno deciso di proporre un modello di agricoltura sana sia dal punto di vista della produzione che da quello etico.
Il rappresentante legale è uno dei soci lavoratori, Nino Quaranta. Nino ha 56 anni e dopo la laurea ha deciso di tornare nella Piana e di fare il contadino.
«Abbiamo aderito all’associazione rurale italiana – ci ha detto – e fatto rete con molte realtà nazionali e internazionali che come noi credono che il futuro dell’agricoltura sia il rapporto diretto tra il produttore e il consumatore. Vendere gli agrumi a otto centesimi al chilo e pagare secondo la legge i lavoratori è impossibile. Per questo l’intero sistema va ripensato».
Uno dei capisaldi della coop è il prezzo trasparente, un listino che consente al compratore finale di conoscere quali sono i costi che incidono sul prezzo finale. Mani e terra vende attraverso i gruppi di acquisto solidale e lo fa sia in Italia che all’estero. In questo modo è riuscita ad evitare le limitazioni imposte dalla grande distribuzione.
«Promuoviamo un’agricoltura sana e cerchiamo che sia tra i produttori che tra i consumatori cresca la consapevolezza di quanto questo sia importante».
Dopo la creazione dell’orto sociale i soci hanno deciso di dedicarsi ai prodotti trasformati diversificando così la produzione. Mani e terra è anche un esempio concreto di integrazione riuscita, i soci migranti oltre a essere ovviamente retribuiti come gli altri fanno parte del consiglio di amministrazione e concorrono a decidere le politiche aziendali della cooperativa.
«Grazie alla nascita della cooperativa ci sono dei ragazzi che vivono bene e in maniera dignitosa. È la dimostrazione – ha concluso Quaranta – che il nostro è un modello vincente».



