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Rischio sismico, la riflessione di Giuseppe Brando

È titolare della Cattedra di “Analisi non Lineare delle Strutture" all'Università di Chieti-Pescara

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Giuseppe Brando
Giuseppe Brando

Riceviamo e pubblichiamo:

È di pochi giorni fa la notizia di un terremoto devastante che ha colpito l’area di Puebla in Messico. Terremoto che ha provocato, soprattutto a Città del Messico, diversi crolli ed un numero ancora imprecisato di morti e feriti.

Il nostro conterraneo Claudio Gangemi, che si trova in quelle zone ormai da anni, ci ha fornito una testimonianza molto forte, concludendo il suo racconto con un’esclamazione che, pur ricorrendo spesso dopo eventi catastrofici simili, mi colpisce sempre molto: “È assurdo!”.
Sì, è vero: è assurdo che, ancora oggi, terremoti del genere provochino conseguenze così nefaste.

È assurdo che, nonostante gli enormi passi in avanti fatti in tema di mitigazione del rischio sismico da parte della comunità scientifica, interi territori in giro per il mondo si trovino –inermi- a fronteggiare la minaccia di un terremoto senza la possibilità di godere della giusta protezione.

Eppure, di esempi virtuosi ne esistono. Il Giappone, una delle nazioni a più alta sismicità nel mondo, dopo il “Gran Terremoto di Kobe” del 1995 (Magnitudo Momento Mw 6.8 e circa 6000 vittime), è stato in grado di rivedere le proprie politiche in tema di rischio sismico, favorendo l’uso di nuove tecnologie (è impressionante l’incremento di edifici isolati alla base costruiti dopo quel terremoto) e operando sia sulla riorganizzazione della protezione civile, sia su nuovi metodi di pianificazione in grado di garantire adeguati livelli di resilienza dei propri sistemi urbani. Tralasciando i casi di tsunami provocati da terremoti, sui quali anche in Giappone c’è ancora molto da fare, gli eventi sismici successivi hanno provocato perdite significativamente minori.
E noi? Noi che abitiamo i territori che si affacciano sullo Stretto, come ci dobbiamo rapportare al tema del rischio sismico?

Tutti sanno che la zona dello Stretto di Messina è l’area a più elevata pericolosità sismica d’Italia. Gli esperti di terremoti italiani parlano dell’evento del 1908 come il “nostro big one”, presagendone uno di uguale intensità in un futuro che sì, è auspicabile che sia lontano, ma con il quale prima o poi bisognerà fare i conti.

La domanda che noi tutti ci dobbiamo porre è se siamo pronti ad affrontare un terremoto del genere; se i nostri edifici siano adeguati a rispondere positivamente ad accelerazioni alla base che, presumibilmente, saranno molto più alte di quelle utilizzate ai tempi della loro progettazione; se la nostra comunità sia pronta a “subire la botta” e a reagire con adeguata prontezza affinché non si ripeta ciò che è accaduto, ad esempio, per i territori dell’Italia Centrale dopo il 2016, dove una condizione di immobilità generalizzata, ma forzata, ha portato, secondo quanto illustrato da uno studio di Confesercenti, ad una perdita di PIL pro-capite del 15%.

La risposta, purtroppo, è no. Troppe occasioni perse negli ultimi anni!
Si prenda ad esempio la citta di Palmi.
Mentre per diversi comuni italiani venivano bandite (anche in Calabria!) gare per gli studi di valutazione della vulnerabilità sismica e per l’implementazione di misure di adeguamento sismico degli edifici strategici (caserme, ospedali, palazzi comunali e del governo, etc.) e rilevanti (scuole, strutture ad alta ricettività, etc.), ossia di quegli edifici che hanno una funzione fondamentale per la gestione dell’emergenza in caso di sisma, a Palmi si è fatto poco o niente. Nessuna delle Amministrazioni del passato è stata in grado di intercettare in misura adeguata i pur copiosi finanziamenti messi a disposizione dai vari Governi, a seguito del terremoto di San Giuliano di Puglia, in virtù delle direttive della OPCM 3274/2003 e smi.

Quasi nessuno ha mai segnalato che, a Palmi, la maggior parte dell’edilizia privata è stata costruita antecedentemente all’avvento delle prime normative antisismiche del 1974 e che, cosa ancora più grave, negli anni si è continuato a sopraelevare (in questo le diverse Amministrazioni regionali sono state complici colpevoli per la mancanza di Regolamenti all’altezza) senza le necessarie operazioni di adeguamento delle strutture sottostanti.

Negli ultimi anni, la città di Palmi si è dotata di un Piano Strutturale Comunale (PSC), ma il tema del rischio sismico è stato affrontato in maniera a dir poco superficiale. Consultando la Tav.U.06 (Carta della Vulnerabilità dell’Edificato) emerge una sorprendente distribuzione di edifici etichettati come “Edifici a Vulnerabilità bassa” (colore verde), laddove tutti sanno che, se si facesse uno studio dettagliato, i livelli di capacità sismica di tali edifici sarebbero meno della metà (nel migliore dei casi) di quanto richiesto dalle attuali normative.

Alcune situazioni sono poi eclatanti e riguardano edifici di particolare importanza per le funzioni in essi svolte. Si considerino, solo ai fini esemplificativi, il commissariato di Polizia Stradale e la Scuola Media “Minniti”.

Si tratta di due strutture, la prima con funzione strategica e la seconda con funzione rilevante, che la tavola del PSC assume come “Edifici a Vulnerabilità bassa”. Eppure, esiste uno studio del 1999 (il cosiddetto rapporto Barberi, forse lo studio più autorevole in materia attualmente esistente) che classifica questi plessi tra le costruzioni più vulnerabili tra le 10819 strutture pubbliche della Calabria che furono oggetto, a quel tempo, di censimento e valutazione.

Una situazione completamente fuori della realtà, quindi. Un falso incredibilmente grave, se si pensa che si tratta di strutture che, quanto meno per terremoti di intensità medio-alta, dovrebbero garantire la piena operatività per permettere le operazioni di gestione dell’emergenza. Una colpevole leggerezza, se si pensa che uno di questi edifici è una scuola frequentata da adolescenti.

Personalmente, rappresentai questa situazione alla precedente Amministrazione durante una manifestazione pubblica indetta per discutere l’approvazione del PSC. Mi venne risposto che uno studio di vulnerabilità più approfondito poteva essere condotto in seguito alla fase di adozione (cosa peraltro mai avvenuta), come se gli strumenti di mitigazione del rischio sismico fossero qualcosa di avulso dall’intera azione di pianificazione. Rimasi attonito.

Ancor più grave fu il fatto che l’allora Assessore presente alla manifestazione, per far fronte ai miei quesiti, diede la parola al Geologo coinvolto nella redazione del piano, come se fosse lui a doversi occupare della vulnerabilità sismica degli edifici. A quel punto mi rassegnai e smisi di fare domande.
Insomma, un’ignoranza totale sul tema da parte di chi aveva in quel momento il compito di governare un processo complesso e in grado di incidere sul territorio per i decenni successivi.

E allora, unendoci alla voce spaventata del nostro conterraneo in Messico, sarebbe necessario che anche noi dicessimo “È assurdo!”.

È assurdo che il tema della mitigazione del rischio sismico sia stato trattato dalle nostre Amministrazioni (senza esclusione di colore politico) con così colpevole leggerezza.

È assurdo che ci si spenda per opere inutili (talvolta prive di autorizzazione), laddove sotto i nostri piedi c’è una polveriera pronta ad esplodere.

È assurdo che noi tutti non spingiamo le nostre Amministrazioni a spendersi su un tema così importante che potrebbe incidere in maniera irreversibile sulle vite nostre e dei nostri figli.
È assurdo che, ascoltando le notizie che vengono da tutto il mondo dopo un terremoto, non ci poniamo una chiara e semplice domanda: e se fossimo i prossimi?

Giuseppe Brando
Titolare della Cattedra di “Analisi non Lineare delle Strutture”
Corso di Laurea di “Ingegneria delle Costruzioni”
Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara