Il tabellone dei quarti di finale Euro 2016 propone oggi la più classica delle sfide, quella tra Italia e Germania. I tedeschi la vivono come un incubo, e del resto come dare loro torto? Nelle sfide che contano, gli azzurri sono sempre riusciti ad avere la meglio, da quel 1970 in Messico. Era l’anno dei mondiali e gli azzurri si imposero per 4-3 ai supplementari, approdando in finale.
Dodici anni più tardi il campionato del mondo si giocava in Spagna, riproponendo in finale la sfida tra le due squadre, che gli azzurri vinsero per 3-1 conquistando il titolo mondiale. E poi ancora nel 2006, in casa dei tedeschi, l’Italia eliminò la Germania per 2-0, andando ad affrontare la Francia in finale: fu il nostro quarto titolo mondiale.
L’ultima sfida risale all’Europeo di quattro anni fa; in semifinale gli azzurri incontrarono nuovamente i tedeschi, battendoli 2-1.
Oggi la sfida si ripete, ed in Italia come in Germania tutto è pronto per il grande match. Birre in fresco, pizza in forno a lievitare, divano attrezzato e tanta, ma tanta scaramanzia: gli italiani si preparano a vedere così i quarti di finale contro la Germania. Chi vince vola in semifinale contro la vincente tra Francia e la sorpresa di Euro 2016, l’Islanda.
Ma gli italiani che vivono in Germania, come vivono il clima pre-partita? Lo abbiamo chiesto a due palmesi che vivono “in terra straniera”, Francesco Ranuccio ed Antonio Riso.
Antonio vive a Francoforte da otto anni dove lavora nel settore finanziario; ci racconta che nell’ufficio dove lavora non si parla d’altro da una settimana. “La pressione per un italiano è diversa che a casa. I colleghi tedeschi o che tifano la Germania non fanno altro che “sfidarti” dicendoti che questa è la volta buona, e che finalmente vinceranno loro. D’altra parte il piacere di vincere contro la nazionale del Paese in cui vivi – lo confesso – è doppia. A Francoforte ci sono – registrati – quasi altrettanti italiani che nel mio paese d’origine, Palmi: 16000 persone. Già le altre vittorie sono state delle occasioni per scendere in strada a fare i caroselli con le macchine, e fare vedere che ci siamo. Ma vincere contro i tedeschi per molti avrà probabilmente anche un significato di rivalsa sociale”.
Antonio vedrà la partita a casa di un amico italiano. “La sua compagna è tedesca e ha intenzionalmente organizzato un pubblico “misto”. Un po’ è strano perché non ci si può rilassare fino in fondo nell’esultare, protestare contro l’avversario e mostrare lo spirito d’appartenenza. Però d’altra parte mischiare le tifoserie serve a riportare il calcio alla sua essenza di gioco e alla bellezza dello stare insieme al di là delle bandiere”.
Ci dice che “i tedeschi sono convinti di vincere. Dicono che questa volta è diverso, che sono decisamente più forti e consapevoli e che ci schiacceranno. Sembrano non avere esitazioni. Ma non so se ci credono davvero fino in fondo”, ed aggiunge “Noi abbiamo sempre battuto la Germania nelle occasioni importanti nonostante fosse più forte, e abbiamo storicamente sofferto le nazionali di Paesi più poveri come l’Argentina e il Brasile. Però forse nel calcio si rispecchia lo spirito profondo dei popoli. I tedeschi sono molto organizzati, non lasciano nulla al caso, cercano di imporre la loro visione e mettono al centro il collettivo piuttosto che l’individuo. Noi siamo individualisti, ma abbiamo una grande capacità di resistenza e riusciamo a tirare fuori risorse che non pensiamo di avere nelle difficoltà, e in quelle occasioni anche a darci una mano e a fare gruppo.
Nel calcio il loro gioco organizzato sbatte sul muro azzurro e viene respinto più e più volte fino a quando il guizzo dell’individuo li piega: per questo ci soffrono. Questa Germania però non è quella di sempre: rappresenta infatti un Paese che sta cambiando ed è già un crogiuolo di culture diverse. La nostra capacità di distruggere il gioco avversario soffre i calciatori che scardinano il muro con un dribbling. Storicamente questi calciatori sono sudamericani, ma diversi tedeschi adesso sanno saltare l’uomo con facilità. Quello che mi spaventa di più è Draxler. Se lui e Őzil o Götze riuscissero a farsi servire tra le linee potrebbero farci male. Ma se non segnano nella prima mezz’ora diventeranno nervosi per la pressione di un popolo che si aspetta che questa sia la volta buona. E allora vinciamo noi”.
Francesco invece vive a Monaco di Baviera da gennaio di quest’anno e si sta specializzando in ortopedia sportiva. In questi giorni si trova a Palmi per una piccola vacanza ma i suoi amici e colleghi tedeschi non lo fanno sentire solo, anzi, seppur a così tanti chilometri di distanza si fanno sentire, tra uno sfottò via Whatsapp ed una meme.
“Ho guardato le prime partite con i colleghi tedeschi e sono riuscito perfino a far loro cantare l’inno italiano in occasione dalla partita inaugurale contro il Belgio. All’inizio la nostra nazionale era poco considerata, faceva quasi tenerezza e simpatia ed era quasi un pretesto per bere una buona birra insieme, ma dopo i risultati del campo adesso siamo i vecchietti, i catenacciari, i contropiedisti e furbi, loro invece lo squadrone, pensano di essere i più forti d’Europa sono i campioni in carica”.
“Appena saputo che ci saremmo sfidati è partita la guerra psicologica e gli sfottò sul gruppo Whatsapp che abbiamo in comune e che è diventato campo di battaglia. Il loro allenatore Loew, con le sue ormai famose maniere a dir poco ineleganti, mi ha fornito molto materiale al riguardo, mentre loro hanno un solo motto: “sabato è finita, peccato che non ci sei altrimenti avresti offerto per tutti, ma soprattutto” e “se perdiamo per te sarà un incubo qui”. Insomma hanno una paura sconfinata”.
Ci dice ancora Francesco: “Il calcio in Germania è una religione forse anche più seguita che in Italia, mi mancherà non poter vedere la partita con loro davanti ad un mega schermo ed una mega birra in un “biergarten” all’aperto poiché l’atmosfera che si respira durante le partite è goliardica, ci si sente tutti amici e c’è il rispetto assoluto. Ci si può permettere il lusso perfino di presentarsi con la maglia della nazionale italiana senza subire conseguenze. Non vedo l’ora di poter tornare ad abbracciarli da vincitore”.
E non vediamo l’ora neanche noi. Chissà che anche stavolta la classe operaia, tutta cuore e sacrificio, non mandi a casa “la macchina perfetta” che nell’immaginario di tutti è la Germania.




