Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Palmi ha
assolto F.D.C., pensionata incensurata, dall’accusa di tentata truffa aggravata ai danni dell’Inps.
La sentenza, pronunciata oggi al termine del giudizio abbreviato, accoglie le conclusioni della
difesa, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Melara del Foro di Palmi, alle quali si era associato
in udienza anche il pubblico ministero.
La vicenda si inserisce nell’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi su un filone
di certificazioni mediche prodotte alle commissioni per l’invalidità civile.
Al centro dell’inchiesta uno specialista ospedaliero, S.A.M., accusato di falso e di una serie di
truffe in concorso con i pazienti che si erano rivolti a lui per ottenere il riconoscimento
dell’invalidità. Secondo l’accusa, anche il certificato allegato alla domanda di F.D.C. avrebbe
descritto la sua patologia renale in termini più gravi del reale, così da orientare la commissione
verso una percentuale non dovuta.
In udienza preliminare la gran parte dei coimputati ha definito la propria posizione con messa alla
prova o con il patteggiamento.
La difesa di F.D.C. ha invece chiesto lo stralcio della posizione e il giudizio abbreviato nella
forma condizionata prevista dall’art. 438, comma 5, c.p.p.: decisione sugli atti delle indagini, ma
con l’assunzione in aula di una prova ulteriore, l’esame di un consulente medico di parte.
Richiesta accolta dal Tribunale, con esame del consulente operato in aula nell’udienza dello
scorso luglio ove il tecnico ha ricostruito la storia clinica della donna a partire dagli esami clinici
eseguiti in una struttura pubblica prima del contatto con lo specialista, descrivendo i valori della
funzionalità renale e concludendo che la patologia era reale e documentata e che avrebbe
giustificato una percentuale di invalidità addirittura superiore a quella in concreto riconosciuta
dalla commissione.
Nella discussione la difesa ha pertanto sostenuto che i dati clinici posti a base del certificato erano
genuini e provenivano da un laboratorio pubblico; che non risultavano rapporti pregressi con lo
specialista, compensi o intercettazioni a carico della donna; che gli stessi accertamenti della polizia
giudiziaria la collocavano tra i pazienti effettivamente in cura presso il reparto, con controlli
successivi alla visita; e che, trattandosi di una paziente cui spettava una percentuale persino più
alta di quella richiesta, mancava in radice un profitto ingiusto. A sostegno sono state richiamate
alcune recenti pronunce della Corte di cassazione in materia di truffa e invalidità civile.
Il pubblico ministero ha concluso a sua volta per l’assoluzione ed il giudice, dopo la camera di
consiglio, ha pronunciato sentenza d’assoluzione.
«La signora ha atteso per anni la conferma di ciò che gli atti dicevano fin dall’inizio: era malata e aveva chiesto
quanto le spettava», ha dichiarato l’avvocato Melara al termine dell’udienza.





