martedì, 28 Luglio, 2026
26.3 C
Palmi
Home Cronaca Caso Mileto, la Corte d’Appello condanna gli imputati — le dichiarazioni pubblicate...

Caso Mileto, la Corte d’Appello condanna gli imputati — le dichiarazioni pubblicate su una testata on line erano riferibili alla dirigente medica

0
0

Si è concluso con un ribaltamento completo del giudizio di primo grado il
processo per diffamazione che vedeva imputati il dott. Vincenzo Amodeo (difeso
dall’Avv. Rocco Licastro), già direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia
dell’ospedale di Polistena e Giuseppe Caridi (difeso dall’Avv. Giuseppina Strangio),
direttore responsabile della testata giornalistica online .
La Prima Sezione Penale della Corte d’Appello di Reggio Calabria ha
accolto gli appelli proposti sia dalla Procura Generale sia dalla parte civile Francesca
Mileto, riformando integralmente la decisione assolutoria emessa dal Tribunale di
Reggio Calabria e dichiarando entrambi gli imputati colpevoli dei reati loro
contestati.
Dopo la sentenza assolutoria di primo grado, il difensore della dottoressa
Francesca Mileto (Avv. Vladimir Solano) aveva proposto appello nell’interesse della
propria assistita e, contestualmente, aveva rivolto al Procuratore Generale presso la
Corte d’Appello di Reggio Calabria una motivata richiesta, affinché esercitasse il
potere di impugnazione previsto dal codice di procedura penale.
La Procura Generale, condividendo le argomentazioni prospettate dalla
difesa della parte civile, ha quindi deciso di proporre autonomo appello, poi
discusso congiuntamente a quello della stessa parte civile.
Entrambe le impugnazioni sono state integralmente accolte dalla Corte di
Appello che ha disposto la condanna per entrambi gli imputati per il delitto di
diffamazione.
Il procedimento trae origine da dichiarazione pubblicata il 9 marzo 2021 sul
giornale, nella quale il dott. Amodeo, facendo riferimento alla dottoressa
Francesca Mileto, utilizzava nei suoi confronti espressioni offensive.
Secondo l’accusa, tali affermazioni erano idonee a ledere gravemente la
reputazione personale e professionale della Dirigente Medico e furono diffuse
attraverso una testata giornalistica online.

L’assoluzione pronunciata in primo grado si fondava essenzialmente sulla
ritenuta impossibilità di identificare con certezza la destinataria delle espressioni
offensive.
La Corte d’Appello ha invece completamente ribaltato questa impostazione.
Secondo i giudici reggini, gli elementi contenuti nell’articolo rendevano
oggettivamente individuabile, quale unica destinataria delle affermazioni
diffamatorie, la Dottoressa Francesca Mileto.
I Giudici reggini hanno attribuito particolare rilievo all’istruttoria
dibattimentale, evidenziando come le deposizioni testimoniali avessero confermato
che numerosi soggetti avevano immediatamente compreso che le dichiarazioni
erano riferite alla dottoressa Mileto.
I giudici hanno osservato che il riferimento fu colto da amici, colleghi,
frequentatori dell’ambiente ospedaliero e, verosimilmente, anche dal personale in
servizio presso il reparto e il poliambulatorio di Polistena, sicché la riconoscibilità
della persona offesa risultava pienamente dimostrata.
Di particolare interesse è il richiamo operato dalla Corte alla consolidata
giurisprudenza della Corte di Cassazione, secondo la quale, ai fini dell’integrazione
del delitto di diffamazione, non è necessario che la persona offesa sia identificabile
da chiunque, essendo sufficiente che possa essere riconosciuta da una cerchia
determinata o determinabile di soggetti.
La Corte ha inoltre sottolineato che il criterio dell’individuabilità è oggettivo
e che la tutela della reputazione non può essere limitata ai soli casi in cui
l’identificazione sia universale, richiamando diversi precedenti della Suprema Corte.