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Quando i figli e le madri “sole” pagano il prezzo più alto per l’indifferenza della società

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Più di sei anni or sono, proprio su Inquieto Notizie, scrissi della dolorosa vicenda di una giovane
madre di Padova, che uccise il proprio bimbo di cinque mesi scuotendolo violentemente, mentre era in
preda ad un pianto inconsolabile.
Dedicai quell’articolo alla solitudine delle madri. Madri sole, esempi singolari e rari di assassine dei
propri figli, non carnefici, ma vittime esse stesse di perversi e sconcertanti meccanismi psicologici,
che la noncuranza, l’indifferenza e l’abbandono familiare e sociale avevano innescato.
Sei anni dopo, da Catanzaro arriva la notizia di una madre che si getta dal balcone di casa con i tre
figli, di sei, quattro anni e quattro mesi; lei e i due più piccoli muoiono sul colpo; la più grande,
mentre scrivo, lotta per sopravvivere.
La notizia reclama una nuova riflessione, che vada oltre la mera cronaca.
Non mi arrampicherò su tesi e motivazioni di matrice psicologica: non sono una psicologa, né potrei
mai millantare competenze che non mi appartengono, anche se non occorrono conoscenze
specialistiche per decifrare come bisognosi di attenzione meccanismi che improvvisamente
s’inceppano e collassano sotto il peso di onde di piena accumulatesi nel tempo.
Innanzi a fatti simili si rimane contesi fra lo sgomento, per la brutalità del gesto, e la pietà, per
l’innocenza delle vittime. Di tutte le vittime, madre inclusa.
E la domanda è lì che serpeggia: cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo? Cosa avrebbe potuto
innescare una scelta alternativa, nonostante la pressione della stanchezza, della fatica e, ancora una
volta, della solitudine?
Rimorsi e rimpianti s’inseguono ipocritamente, perché se, come nella tragedia di Catanzaro, si legge
che c’erano i segnali, che la madre era depressa, che la nascita di un terzo figlio l’aveva esaurita,
allora la tragedia non è l’epilogo di una scossa tellurica improvvisa e imprevedibile, ma l’esito di un
lento e visibile scivolamento verso il baratro.
Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto per la propria maternità, arrivando anche a
violarla e distruggerla, laddove i compiti e gli oneri che ad essa si legano a doppio filo diventano
insostenibili.
Spesso si minimizzano le ricadute della depressione post partum, come se questo status,
scientificamente accertato, fosse una colpa, come se la stanchezza che sopraggiunge immediatamente
dopo la nascita di un figlio fosse un vezzo della puerpera per attirare le attenzioni su di sé. Quando,
invece, risucchiata dall’incontenibile ritmo di poppate, cambio di pannolini, coliche e pianti
inconsolabili, la mamma crolla sotto il peso della fatica.
Non è folklore o narrazione da fotoromanzo: è vita reale!
Da un’indagine condotta dall’associazione Federico nel Cuore sugli infanticidi, si calcola che negli
ultimi venticinque anni in Italia sono 558 le uccisioni di figli da parte dei propri genitori, quasi uno
ogni due settimane e oggi, purtroppo, quel dato è aumentato.
Ho sempre trovato e trovo inutili le marce di solidarietà, le fiaccolate, le esibizioni artistiche a favore
di questa o di quella tematica: tempo sprecato in eventi che si consumano in un breve momento di
notorietà. Tempo che avrebbe dovuto, invece, essere rivolto in modo costruttivo e propositivo laddove
il bisogno si era manifestato, laddove la richiesta di aiuto era palpabile, ma le orecchie troppo sorde
per ascoltare e gli occhi troppo miopi per vedere.
Non è solo un’invocazione alla solidarietà, ma un deciso richiamo alla responsabilità, personale e
istituzionale.
La maternità non è il sogno edulcorato e infiocchettato dalle illustrazioni sulle riviste patinate degli
Anni ’50 del secolo scorso e ora aggiornato nella versione glitterata delle supermamme, che sui social
passano con disinvoltura dalla poppata delle 5,30 di mattina dell’ultimo nato della nidiata alla partita
di calcetto del maggiore alle 7,00 di sera, con in mezzo bucato, pranzi, pulizie della casa, compiti a
casa, riuscendo anche a prenotare una manicure professionale.

Questi trailer aumentano solo frustrazioni e senso di inadeguatezza.
La maternità è attenzione, cura e supporto; è cambiamento e trasformazione personale e di vita, a cui
occorre che le donne arrivino preparate e con la consapevolezza che le cadute potranno esserci e che,
per tali ragioni, sarà necessario organizzare la ripresa.
La maternità è soprattutto condivisione e collaborazione con il padre dei propri figli, dalle poppate al
calcetto.
E laddove la famiglia dovesse incontrare comprensibili difficoltà, le istituzioni hanno il dovere di
vigilare e d’intervenire.
Le leggi a favore e a supporto della genitorialità esistono: continuiamo a chiamarlo Welfare,
indentificandolo solo con il benessere economico, quando lo stare bene è, innanzitutto, una
condizione della mente e dell’anima, anche se retaggi culturali atavici ci convincono che quei
“malesseri” per cui le neomamme appaiono “strane” sono del tutto normali e che passeranno col
tempo.
Ma così non sarà e non si può più tollerare che la solitudine delle madri si consumi nell’indifferenza
di molti, ancora una volta pronti al ruolo di penitenti di fronte all’ennesima tragedia, che si sarebbe
dovuto e potuto evitare, scardinando cliché e mistificazioni non più credibili.