«Dedicare una via a Giovanna Ardissone è giusto e doveroso»

La nota stampa del presidente ADIC, Liù Frascà

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In una comunicazione dell’associazione A.D.I.C. (Donne Insegnanti Calabresi) di cui faccio parte, ho appreso di una petizione al sindaco di Gioia Tauro affinché si intitoli una via della città a Giovanna Ardissone, cittadina gioiese impegnata in varie attività culturali e sociali nella prima metà del secolo scorso.

La notizia ha suscitato in me qualche ricordo d’infanzia ed alcune considerazioni sul cammino che ha fatto la scuola.

Ricordo la docente Giovanna come mia insegnante pomeridiana, a lei si era rivolto mio padre perché avessi una guida nell’esecuzione dei compiti durante la scuola elementare. Nell’abitazione c’era un cortile dove noi alunni facevamo il gioco dell’orologio. E’ un esile ricordo, quello di una bambina che cresceva incoraggiata da un padre premuroso e da una maestra, persona libera, colta, attenta ai bisogni dei bimbi e delle madri del tempo.

Leggere oggi della docente Giovanna nella presentazione che ne fa il nipote, preside Luciano, mi fa conoscere tanti aspetti della cultura della mia insegnante. Così nella sua vita ha potuto essere: docente, direttrice didattica, scrittrice, giornalista, esperta in lingua francese in cui si era specializzata con la laurea ottenuta a Venezia, inoltre impegnata nel sociale, come quando lavorò per fare ottenere la pensione alle donne casalinghe, dopo l’approvazione di una legge apposita, o come quando gestì l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia per l’assistenza alle madri bisognose.

La sua vasta preparazione le aveva consentito di preparare per gli esami di maturità i giovani, ma anche di insegnare a leggere e scrivere a qualche adulto per combattere la piaga dell’analfabetismo di allora.

Questa pluralità di interessi e di attività fa della maestra Giovanna una donna moderna, antesignana in tante iniziative: prima a laurearsi a Gioia Tauro e prima donna consigliere comunale.

La sua figura mi piace rinchiuderla in queste parole: dignità, giustizia, istruzione, libertà.

Nel silenzio e nell’umiltà lavorava per migliorare la condizione femminile e dell’infanzia. Viveva pienamente nel suo tempo e percepiva l’occasione per intervenire positivamente nella vita altrui. E’ un esempio ammirevole di solidarietà silenziosa.

Altri ricordi:

 Era il tempo del pennino da intingere nell’inchiostro, della cartella di cartone, del banco rigido, della bacchetta punitrice e delle orecchie d’asino.

Le classi erano numerose, di insegnanti ce n’era uno solo.  I quaderni avevano la foderina nera come il carbone.

Se studiavi ed eri ubbidiente ti davano l’attestato di Lode, se facevi il monello  ti lasciavano dietro la lavagna a meditare o ti facevano saggiare la dolcezza della bacchetta. Le pagelle erano piccole, concise e scritte con calligrafia chiara e precisa.

Di tanto in tanto si veniva sottoposti ai raggi al torace per la campagna contro la tubercolosi.

Non si usciva mai dalla classe e una tantum si assisteva ad un filmino in bianco e nero, magari con terrificanti animali preistorici.

Si usavano le trecce per le bimbe ed i fiocchi ai capelli.  A scuola si andava a piedi e magari nel tragitto incontravi i carri di legno trainati dai buoi e ti impaurivi.

Era il tempo in cui papà ti costruiva l’aquilone con la carta velina colorata che una vecchietta vendeva vicino casa sul ponte in via Commercio. Con la carta tu facevi le code di anelli per l’aquilone e usavi come colla farina e acqua.

Per la Befana hai avuto in regalo una bambola di cartapesta il cui vestito è stato rinnovato nel tempo e ancora si conserva in attesa di essere messa in bella vista.

Se passava la cicogna papà lasciava sull’inferriata del balcone un biscotto perché la cicogna lo afferrasse dopo aver portato la sorellina.

Le case a Gioia Tauro negli anni ’50 avevano <gli ombrelli dentro> e qualche secchio per raccogliere l’acqua che scendeva dal soffitto.

C’era a Gioia una bellissima villa, la Villa D’Urso, dove era bello passeggiare ammirando gli alti alberi. Non tutte le strade erano affiancate da case singole e palazzi come oggi.

Quando passava il giro d’Italia la via Nazionale 18 si metteva in festa e piccoli e grandi si affacciavano dal terrapieno allora esistente per assistere al passaggio dei ciclisti.

Di domenica papà portava te e tuo fratello a passeggiare con la bici verso San Ferdinando e lì incontravate alcuni amici. La sorellina era con la mamma. Bastava poco per svagarsi, ma nella semplicità del nucleo familiare si godeva veramente quel tempo d’infanzia per prepararsi inconsciamente  al domani.

Tra i giochi c’erano i castelletti con le nocciole, i cerchietti, i tamburelli, le” pietre allate” da lanciare in alto una alla volta e riprendere insieme con la pietra rimasta sul tavolo o a terra. A Natale ci si trasferiva dai nonni con gli immancabili libri e quaderni per le vacanze e si tornava a casa pronti per il nuovo impegno scolastico.

I ricordi possono continuare, ma forse, per descrivere la città, gli usi e i costumi del tempo vedere e rivivere il passato osservando le foto che ogni famiglia conserva.

Non si tratta di rimpiangere il passato, è bello vivere nel presente che si rinnova continuamente ed ha le sue radici nel passato.

Questa occasione (la proposta per l’intitolazione di una strada alla docente Giovanna Ardissone, nostra concittadina), è stata per me motivo di un tuffo nel passato, facendomi riaffiorare ricordi ed affetti  significativi in cui c’è stata per un breve periodo anche la zia Giovanna.

Mi auguro che la proposta sia accolta in sede comunale e ci sia una via intitolata alla docente Giovanna Ardissone che, con le sue molteplici attività ha preparato l’oggi che viviamo.

                                                                                         Liù Frascà