Cumbertazione, dissequestrate le aziende dei fratelli Polifroni

La decisione della Corte di Cassazione è arrivata lo scorso 23 novembre

Sono state restituite ai fratelli Bruno e Vincenzo Polifroni e ai loro soci le aziende che erano state sequestrate nell’ambito dell’operazione Cumbertazione che è scattata il 19 gennaio di quest’anno.

La decisione della Corte di Cassazione è arrivata lo scorso 23 novembre. La suprema corte in precedenza aveva già annullato l’ordinanza cautelare nei confronti di Bruno Polifroni.

“Emerge sempre più evidente – hanno commentato i legali Armando Veneto, Clara Veneto e Salvatore Pignataro – l’estraneità dei fratelli Polifroni alle accuse mosse nei loro confronti nell’operazione Cumbertazione, che nel suo complesso ha visto coinvolti una cinquantina di soggetti ed altrettante aziende sequestrate”.

“La società di ingegneria Pro-gineer Srl – si legge in una nota diffusa dai legali – era stata sequestrata perché riconducibile all’ingegnere Bruno Polifroni, che, diversamente da quanto ipotizzato dalla Pubblica Accusa, è risultato essere completamente estraneo ad ogni turbativa d’asta contestata e, soprattutto, alla presunta agevolazione alla criminalità organizzata, visto che, come la stessa Cassazione aveva già sottolineato, le conversazioni intercettate non disvelavano nulla di illecito ‘perché si parla di progetti professionali, di misurazioni e di tutta una serie di questioni che chiaramente rientrano nello svolgimento dell’attività professionale’ normalmente svolta dall’ingegnere”.

“Con riferimento alla società di costruzione Poliedil Srl diretta dal fratello Vincenzo, – scrivono ancora gli avvocati – la contestazione su cui si fondava il provvedimento di sequestro aveva ad oggetto la presunta agevolazione di un’altra impresa, alla quale sarebbe stato affidato in modo illegittimo un subappalto per la realizzazione di un opera pubblica, nel corso della quale sarebbe stata posta in essere una frode in forniture pubbliche attraverso utilizzo di materiali difformi per qualità e per quantità rispetto a quanto previsto nel contratto di appalto”.

Il collegio difensivo è riuscito a dimostrare che la contestazione relativa al subappalto era fondata su un equivoco dovuto all’erronea interpretazione del contenuto di una email intercettata.

“Con riferimento, invece, alla presunta frode in pubbliche forniture, – si legge ancora nella nota – è stato dimostrato come l’ipotesi accusatoria era sprovvista di elementi probatori, a differenza della versione dei fatti fornita dalla difesa dalla quale, attraverso numerose prove documentali, era emerso che l’opera pubblica era stata realizzata nel rispetto assoluto delle legge, attraverso l’utilizzo di materiali idonei per quantità e qualità; nonché che all’azienda Poliedil Srl non era stata riconosciuta alcuna somma di denaro maggiore rispetto a quella ad essa spettante per il lavoro effettivamente svolto”.