Altalenando, Corigliano e il suo nero di seppia

Gli interventi della rubrica “Altalenando” sono curati dall’Adic, associazione donne insegnanti calabresi

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La presentazione di Nero di seppia a Gioia Tauro (foto da facebook - Vittorio Savoia)

Gli interventi della rubrica “Altalenando” sono curati dall’Adic, associazione donne insegnanti calabresi.

Se un libro mi chiama alla lettura per qualche motivo recondito della mente, per prima cosa io lo sfoglio, per così com’è … quasi a scoprirne immediatamente i segreti.

Poi vado dentro: il mio desiderio è scoprire quegli spunti anche poetici che in un testo ti mostrano i sentimenti, i ricordi, le passioni dell’autore. dall’interno dell’anima il sentimento si esplica e si concretizza nel linguaggio: anch’esso ha qualcosa di magico e di accattivante, se riesce ad attrarti così tanto da farti scoprire il fulcro e la parola-chiave di tutta una vita.

L’impaginazione di “Nero di seppia” è semplice: capitoletti dai titoli incisivi e, talvolta, adornati da frasi poetiche di altri autori. Posso partire da dove voglio, so che non mi annoierò di certo, so che mi ritroverò nei tempi passati, nelle città antiche di Gioia Tauro e San Ferdinando, nelle usanze, nel linguaggio, nelle tradizioni che oggi stanno scomparendo.

Nell’incontro tenuto il 15 Febbraio 2020 alle cisterne (organizzato dalla Lega Navale, presidente Miriam Costa) Pantaleone Sergi aveva avvisato: il testo “Nero di seppia” è un puzzle in cui ci ritroviamo e scopriamo i segreti degli innumerevoli taccuini che l’autore scriveva come narratore-giornalista e che lasciava a casa in attesa di raccoglierne i frutti, più in là nel tempo.

Scelgo di partire dal capitoletto “Il luogo dell’anima è solo uno!”. Mi piace il titolo e dentro ci trovo il tempo che fu e la malinconia che ti avvolge quando ricordi le cose belle di prima.. I ricordi vanno avanti e indietro, in mezzo a personaggi nativi di San Ferdinando innamorati del mare, del buon cibo, del semplice divertimento tra amici.

Il dialetto è talvolta anticamente genuino se il personaggio in carne ed ossa ha saputo stringerlo a sé per tanti anni, anche se vive fuori. Continuo la mia perlustrazione e mi ritrovo con la tradizione della Galilea (così era chiamata la pasquetta anche nel paese di mia madre, Parghelia).

Mi ritrovo pure con un nome femminile, Eleonora che nella famiglia di mia madre è molto frequente. E’ tutto bello, ma non puo’ piacere il richiamo alle fatiche dei migranti che già d’allora si cominciavano a vedere, primi di una lunga serie di uomini che soffrono e sono senza speranza di una vita normale. Il linguaggio che trovo è rapido, immediato: parole e frasi che si rincorrono per toglierci il fiato e tu continui a leggere per poi concentrarti, più avanti, a caso, in un altro ricordo. Mi imbatto in una focaccia dal gusto della gioventù, focaccia gustata a Messina dove convivevano studi e articoli giornalistici.

Anch’io ricordo i traghettamenti per andare al Magistero, l’odore della nave, i balzi da terra per salire sulla nave senza passerella. Le pagine dei giochi ricordano i miei giochi da bambina: il castelletto che facevamo con le nocciole, la “siloca” che invece a Sn Ferdinando si chiamava “filosa”, la reginella con i passi da fare per raggiungere il castello. Passo poi al fascino del mare, nel racconto della gita in barca verso il mare turchino, non più profondissimo, ma ancora con le meduse e il ….rumore di mare.

E il mare è ancora lì ad aspettare gli ex bambini che non sanno stare lontano da lui. Il racconto finisce con i pensieri di E. Scalfari: è bello leggere, in sintesi, il valore del tempo che passa: i ricordi… Il tema religioso si propone più volte nei ricordi, ma il riferimento ad una veglia speciale di Natale mi fa conoscere la preghiera dei giovani del 1975: una rivoluzione per la comunità giovanile che denunciava i problemi del mondo e in particolare dei calabresi.

La fede diventa vita, la riflessione va oltre le parole rituali, e le parole stesse della preghiera in apparenza provocatorie denunciano l’orrore del male, della violenza, della povertà, lo sfruttamento, così il messaggio di Gesù nel Natale è un incoraggiamento a lottare “con e per la gente”.

C’è tanto altro da leggere e da dire, ma mi piace terminare così, con la speranza che i giovani d’oggi siano ben guidati e aiutati dall’antica sapienza degli adulti e dalla Sapienza di Dio, scelgano e costruiscano una vita migliore e un mondo più vivibile per tutti. Continuerò a leggere e a scrivere, con lo stesso stile di emozioni immediate e trascritte.

Per ora preferisco fermarmi, ho bisogno di ricaricarmi per riprendere il cammino…sulla riva del mare.

Liù Frasca socia A.D.I.C.