La bambina che danzava con il vento, edita da Città del Sole Edizioni è la tredicesima fatica letteraria di Caterina Sorbara; scrittrice, poetessa, giornalista e Direttore Responsabile di Inquieto Notizie, nata a Rizziconi e residente a Gioia Tauro.
L’opera non è un romanzo tradizionale, ma una raccolta di racconti autobiografici e riflessivi nei quali l’autrice ripercorre momenti della sua infanzia e adolescenza trascorsi nel suo borgo natìo, descritto come un “piccolo mondo antico” o una sorta di “piccola Macondo”, come la città immaginaria descritta nel capolavoro di Gabriel Garcia Marquez: Cent’anni di solitudine.
La narrazione si sviluppa come un viaggio nostalgico attraverso luoghi, profumi e persone del passato.
Ogni racconto è come un soffio di vento che scuote gli angoli della memoria: il camino, le case, le canzoni, i profumi del mosto e delle zeppole, i mesi dell’anno nella Piana del Tauro e le figure familiari, in particolare le nonne emergono con delicatezza e realismo.
Non ultimo la consapevolezza degli addii e delle perdite che segnano il cammino di crescita, come l’addio all’amato cugino Luigi Mamone.
Il passato non viene mai idealizzato in modo ingenuo; al contrario, emerge spesso come uno spazio ambiguo, capace di offrire conforto ma anche di imprigionare chi vi si aggrappa.
In questo equilibrio tra dolcezza e disincanto risiede uno dei maggiori punti di forza dell’opera.
La Sorbara usa un linguaggio semplice ma evocativo per catturare stati d’animo profondi e immagini sensoriali.
Il tono è
Lo stile narrativo è vario ma coerente nel tono riflessivo e nostalgico, ideale per chi apprezza letture lente e introspettive che invitano alla contemplazione piuttosto che a una trama ricca di colpi di scena.
Alcune storie privilegiano una prosa lirica e riflessiva, altre adottano una scrittura più asciutta e diretta. Questa varietà arricchisce la raccolta, offrendo molteplici prospettive sullo stesso sentimento e dimostrando come la nostalgia possa assumere forme diverse a seconda dell’età, delle esperienze e dei contesti culturali dei personaggi.
Nel complesso, la raccolta si rivela una lettura intensa e coinvolgente, capace di parlare al lettore proprio perché tutti, almeno una volta, hanno sentito il richiamo del passato. È un libro che non si limita a raccontare ciò che è stato, ma invita a riflettere su ciò che resta e su come i ricordi continuino a modellare il presente.
La Sorbara afferma: “Tra la stesura di un libro, gli articoli, gli editoriali e le poesie, mi piace scrivere racconti. Mi piace perché i racconti sono immediati e nella loro brevità, condensano tutto. A volte, anche in due sole pagine posso raccontare, con dovizia di particolari, un’emozione, un momento speciale, un ricordo felice o doloroso o semplicemente una piccola storia, nata dall’ispirazione del momento. Scrivere racconti mi dona tanta gioia; in principio non pensavo ad un’eventuale pubblicazione, ma quando strada facendo, sono diventati tanti, ho iniziato a pensare che magari sarebbe stato bello far nascere un libro e condividerlo. È bello condividere con gli altri le proprie emozioni”.
E ancora la Sorbara aggiunge : “Molti racconti sono nati in autunno, stagione a me cara per i suoi colori che ricoprono di magia la nostra terra.
Nelle giornate autunnali fortemente crepuscolari, seduta su una panchina della villa della mia nobile e graziosa Cittanova, che ha dato i natali a nonno Ferdinando e, per questo un po’ mia, mentre le foglie ingiallite danzavano nell’aria sospinte dalla leggera e dolce brezza autunnale, sono ritornati al mio cuore il borgo natìo, la casa dove sono nata e quella dove ho trascorso l’adolescenza, le “rughe”, ormai perse nel lago del tempo. A volte mi chiedo “se sono così” perché ho trascorso i miei primi dieci anni di vita insieme a nonna Grazia e le sue vicine di casa in quel “piccolo mondo antico”, in quella che io considero la mia piccola Macondo. Un mondo ormai scomparso, distrutto dalla “civiltà tecnologica e mediatica”. A volte mi chiedo se alla fine devo all’amato/odiato borgo natio, quello che oggi sono diventata. Adesso che tutto è scomparso come la nonna, le sue vicine e la casa, adesso che ho detto addio al borgo natìo, annegando in un mare di lacrime, inchiostro e solitudine. Adesso tutto ritorna al mio cuore, regalandomi infiniti momenti di saudade, che sono riuscita a trasformare in racconti, per donare ai ricordi un pò d’immortalità .
Infine la Sorbara conclude:” Il grande Borges in un suo scritto ha descritto un uccello, mito dei boscaioli canadesi, che vola all’indietro perché non gli interessa dove andrà a finire, ma ricordare da dove è partito. In questo periodo della mia vita, mi sento come l’uccello di Borges, voglio fortemente ricordare e non dimenticare il posto dal quale è iniziato il mio viaggio”
Apre il libro una celebre frase di cesare Pavese, scelta dall’autrice per sottolineare il forte e indimenticabile legame con la sua piccola Macondo:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Un dipinto dell’artista Emma Guerrisi “La Pace” impreziosisce l’opera che l’autrice dedica alle sue amate sorelle: Graziella, Cinzia e Nadia
“La bambina che danzava con il vento”: Caterina Sorbara trasforma la sua piccola Macondo in una raccolta di ricordi e nostalgia
