Inquieto Notizie

L’Iran attraverso gli occhi di Parand Azizi: memoria, repressione e desiderio di libertà

Parand Azizi, collaboratrice della nostra rubrica dedicata alle culture del mondo, porta sulle pagine del nostro giornale uno sguardo che nasce dall’esperienza diretta, dalla memoria familiare e da una profonda conoscenza della storia recente dell’Iran. Le sue riflessioni non sono semplici analisi politiche: sono il racconto di chi ha vissuto — o visto vivere — 47 anni di repressione, proteste soffocate, speranze tradite e identità negate.

Nel suo contributo, Parand interpreta il sentimento di una parte del popolo iraniano che, dopo decenni di oppressione, legge gli eventi contemporanei con una sensibilità diversa da quella occidentale. Le sue parole restituiscono la complessità di un Paese segnato da traumi collettivi, da un rapporto difficile con il potere e da un desiderio profondo di libertà.

Non è un’analisi politica da valutare “giusta” o “sbagliata”: è la voce di una donna che sta cercando di raccontare la sua verità, la verità di chi ha visto il proprio Paese cambiare in modi dolorosi e sente il bisogno di far capire perché il popolo iraniano reagisce a volte in maniera per noi incomprensibile:

Gli iraniani potrebbero essere l’unico popolo nella storia ad aver temuto la pace e ad aver gioito della guerra. Tuttavia, per giudicarli, bisognerebbe aver vissuto per 47 anni sotto un dittatore non iraniano per poterli comprendere.

È vero che ognuno pensa ai propri interessi: questo è un principio giuridico quasi universale. Tuttavia non bisogna dimenticare che gli interessi dell’Iran, sono stati realizzati solo con lo scoppio di questa cosiddetta guerra, e quasi nessuno lo comprende tranne loro.

Khamenei ha un passato costellato di violenza, fallimenti e umiliazioni. È diventato chierico contro la propria volontà, sotto la pressione del padre. Suo padre era un chierico nato a Najaf, in Iraq, ed era un uomo molto autoritario. Khamenei indossò l’abito clericale fin dall’infanzia, cosa che gli valse spesso molestie e scherni da parte dei suoi coetanei.

La sua vita, dall’infanzia fino agli anni precedenti la rivoluzione islamica, fu segnata da povertà e difficoltà. Molti sostenevano che fosse dipendente dall’oppio fin dalla giovinezza e che questa dipendenza, nonostante la povertà in cui viveva, fosse per lui motivo di umiliazione.

Dopo aver completato il corso preparatorio di seminarismo religioso a Mashhad, si recò a Qom per proseguire gli studi religiosi. Nel 1963 tornò però a Mashhad, dove si sposò e abbandonò definitivamente gli studi a Qom. Non ottenne mai il grado di ijtihad, e questo fu un ulteriore motivo per cui veniva disprezzato persino da altri religiosi.

Questo passato difficile lo rese profondamente diffidente: non si fidava di nessuno, nemmeno dei propri figli, e considerava chiunque una potenziale minaccia. Riteneva che ampie epurazioni all’interno del governo, rivolte contro chiun-que potesse rappresentare un problema per lui, fossero il modo più efficace di governare.

Dopo la Rivoluzione islamica guidata da Khomeini in Iran, divenne responsabile della preghiera del venerdì a Teheran. Nel 1981 rimase gravemente ferito in un attentato durante un discorso in una moschea e perse l’uso della mano destra. Nel 1983 fu nuovamente bersaglio di un attentato, ma sopravvisse.

Nel 1988 divenne presidente con il sostegno di Rafsanjani, nonostante le riserve di Khomeini. Dopo la morte di Khomeini, avvenuta alla fine della guerra Iran-Iraq, assunse la guida del Paese con l’appoggio di Rafsanjani. Poiché non possedeva i requisiti costituzionali per ricoprire tale carica, fece modificare la Costituzione e iniziò a regolare i conti con diversi esponenti del governo. Arrivò perfino a far assassinare Rafsanjani, con il cui aiuto era salito al potere.

Lui e il suo entourage arrivarono a credere che egli è stato scelto da Dio per governare il mondo, e sosteneva persino che Dio parlasse agli uomini attraverso la sua lingua. Non viaggiò mai fuori dall’Iran e non rilasciò interviste ai media, perché si considerava al di sopra di qualsiasi responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica.

Le proteste popolari in Iran iniziarono già nel primo anno dopo la rivoluzione del 1978. Nel marzo di quell’anno un gruppo di donne scese in piazza per protestare contro l’obbligo di indossare l’hijab islamico. Nell’estate del 1986 si verificarono anche proteste da parte dei medici, che si conclusero con lo scioglimento del consiglio di amministrazione dell’Organizzazione del Sistema Medico e con l’arresto di diversi professionisti.

Le proteste degli anni successivi in diverse città iraniane, a causa delle restrizioni mediatiche dell’epoca, non ricevettero una grande copertura, fatta eccezione per il caso del dormitorio universitario. Tuttavia, con la diffusione dei social network, le notizie delle proteste di piazza iniziarono a circolare più rapidamente e a ottenere maggiore visibilità.

Tra le proteste più significative si ricordano quelle del luglio 1999, del giugno 2000, del gennaio 2007, del novembre 2009, del luglio 2011, dell’ottobre 2012 e del Settembre 2022 (durate fino alla primavera del 2023). Nel frattempo, in varie parti dell’Iran si sono svolte numerose manifestazioni studentesche, sindacali, operaie e agricole, che spesso sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza, portando all’arresto e talvolta alla morte di manifestanti.

Il regime iraniano, sotto gli ordini di Khamenei, ha tentato di reprimere duramente la popolazione: arresti, assassinii politici e la creazione di gruppi armati all’estero. Allo stesso tempo, le ricchezze del popolo iraniano sono state spese per programmi militari e nucleari, provocando una grave inflazione e un forte peggioramento delle condizioni di vita. Inoltre, in diverse regioni sarebbe stata limitata la lingua madre delle popolazioni locali e si sarebbe tentato di sostituire antiche tradizioni iraniane con norme religiose e patriarcali.

Nonostante queste pressioni, non è stato possibile cambiare profondamente la cultura e la lingua iraniana né imporre completamente l’ideologia islamica alla società che oramai è per l’80% non è musulmana.

Infine, nel 2026, il popolo adottò lo slogan «morte o vittoria» nella sua ultima lotta contro il regime, e una nuova ondata di proteste, definita da alcuni come rivoluzione nazionale iraniana, scese in piazza con il sostegno del principe Reza Pahlavi.

Sfortunatamente, nel giro di due giorni più di 50.000 persone sono state uccise per ordine di Khamenei e molte altre furono arrestate e giustiziate. Gli iraniani all’estero hanno cercato di far ascoltare alla comunità internazionale la voce del popolo iraniano e di ottenere aiuto.

Sebbene alcuni osservatori internazionali considerino le operazioni militari degli Stati Uniti e di Israele come un atto di guerra, gli iraniani le interpretano come un sostegno al popolo iraniano.

Finalmente, dopo 47 anni di oppressione e repressione, con la morte di Khamenei e il rovesciamento del regime, il popolo iraniano attende il ritorno del proprio leader, il principe Reza Pahlavi, in Iran, nella speranza di riportare il Paese alla prosperità e alla grandezza che caratterizzavano il periodo del regno di Mohammad Reza Shah Pahlavi.

Exit mobile version