C’è chi la racconta, la Varia. E c’è chi la usa. C’è chi la vive come rito collettivo, e chi la trasforma in palcoscenico. Poi c’è chi prova a capire, a fare domande, a mettere ordine nel caos. E puntualmente, viene accusato di non voler bene alla città.
È successo di nuovo. Lo ha dimostrato il lavoro di Francesco Altomonte, che sulla Gazzetta del Sud ha raccolto l’intervista all’ex presidente della Fondazione Varia, Daniele Laface. Un’intervista che non chiarisce, ma almeno rompe il silenzio. E già questo, in una terra dove il silenzio è spesso più potente della parola, è un merito.
Ma ciò che emerge da quelle dichiarazioni è il solito copione: la responsabilità è sempre altrove. Laface parla di pressioni, di ostacoli, di mancata approvazione del programma. Ma non una parola sul ruolo che ha avuto, sulle scelte fatte, sulle firme apposte. È il rito dello scaricabarile, antico e sempre attuale. E chi lo mette in discussione, chi chiede conto, chi prova a capire, viene subito bollato come nemico della città.
Prendiamo spunto da quell’intervista non per fare eco, ma per denunciare un meccanismo che si ripete. Perché il problema non è solo nella gestione della Varia. È nel modo in cui si reagisce alle critiche, alle domande, alle richieste di trasparenza. In questa vicenda, chi ha provato a raccontare è stato accusato di remare contro. Come se la città fosse privata, come se il dissenso fosse un tradimento.
E intanto, l’amministrazione Ranuccio, che ha scelto Laface come guida della Fondazione, non ha ancora detto una parola. Non ha replicato alle accuse mosse in occasione delle dimissioni del CDA. Non ha commentato l’indagine della Guardia di Finanza. Non ha spiegato perché, in pieno anno giubilare, la Varia non si è svolta. Il silenzio, ancora una volta, diventa strategia. E la città resta sospesa, tra la retorica dell’orgoglio e la realtà del debito.
La Varia è un patrimonio. Ma non basta dirlo. Bisogna dimostrarlo. E per farlo, serve una presa di responsabilità che finora è mancata. Serve il coraggio di dire “abbiamo sbagliato”. Serve una classe dirigente che non si nasconda dietro le quinte quando il sipario si chiude.
Perché chi ama davvero la città non la difende dai giornalisti. La difende dai silenzi.
