Il terremoto politico che da settimane scuote il Comune di Gioia Tauro continua a produrre scosse, repliche e controrepliche. Dopo le polemiche sui provvedimenti di decadenza che hanno investito alcuni componenti del Consiglio comunale, interviene ora la vicepresidente dell’assise, Mimma Raso, che rompe il silenzio con un lungo e articolato messaggio. Un intervento dal tono personale e civile, in cui la docente e amministratrice ripercorre il proprio impegno istituzionale, denuncia il clima ostile vissuto in aula e rivendica la dignità del proprio ruolo. Raso parla di responsabilità, di rispetto delle istituzioni e di un uso “distorto” delle regole, offrendo una lettura che aggiunge un nuovo capitolo alla complessa vicenda politica gioiese.
C’è una parola che in questi giorni ritorna spesso, ed è “responsabilità”.
È la parola che si invoca quando si chiede ai cittadini di mettersi in gioco. È la parola che si usa quando si pretende impegno, presenza, partecipazione. È la parola che dovrebbe guidare ogni gesto di chi ha l’onore di rappresentare una comunità.
È anche la parola che mi ha spinta, a un certo punto della mia vita, a non restare più spettatrice.
Sono un’insegnante. Sono una madre. Sono una donna che ha scelto di credere che lamentarsi non basti, che serva invece esporsi, assumersi il peso delle scelte, metterci la faccia.
E così ho deciso di candidarmi. Non per appartenenza cieca, non per convenienza, ma per senso civico. Per dare un contributo. Per provare, con serietà e misura, a migliorare la città che amo.
L’ho fatto con rispetto. L’ho fatto con spirito di collaborazione. L’ho fatto riconoscendo il ruolo della maggioranza e senza mai sottrarmi al confronto.
Eppure, fin dal primo giorno, ciò che ho trovato non è stato confronto.
È stato un clima ostile. A tratti umiliante. Spesso ingiustificatamente aggressivo.
Ogni domanda è diventata un problema.
Ogni dubbio, un pretesto.
Ogni intervento, un’occasione per essere sminuita.
Non è questo il modo in cui dovrebbero funzionare le istituzioni.
Non è questo il modo in cui si costruisce una comunità.
Ho sempre pensato che il valore di un’istituzione si misuri dalla sua capacità di ascoltare, non di zittire. Di includere, non di isolare. Di rispettare, non di colpire.
Per questo, davanti alla richiesta di decadenza che mi riguarda, non provo rabbia. Provo amarezza.
Perché è difficile non vedere, in questa vicenda, il segno di un uso distorto delle regole: non come garanzia, ma come strumento.
Darò, come è giusto che sia, le mie controdeduzioni. Con serenità. Con rispetto. Con la fiducia di chi sa di aver agito sempre in buona fede e nell’interesse pubblico.
Poi attenderò.
Ma al di là dell’esito, una cosa resta.
Resta il senso di un’esperienza che avrebbe potuto essere diversa. Più alta. Più degna. Più utile alla città.
Resta la consapevolezza di aver cercato, in ogni momento, di svolgere il mio ruolo senza chiedere nulla in cambio. Senza pretendere favori. Senza scambiare il consenso con interessi personali.
Ho votato ciò che ritenevo giusto. Ho contestato ciò che ritenevo sbagliato. Ho studiato gli atti. Ho chiesto chiarezza. Ho esercitato, semplicemente, il mio diritto-dovere di consigliere.
E per questo sono stata attaccata.
Ma c’è un punto che sento di dover chiarire.
Io non sono il ruolo che oggi qualcuno prova a mettermi in discussione.
Io sono la mia storia.
Sono la mia formazione.
Sono il mio lavoro.
Sono la mia dignità.
E quella non è in discussione. Non lo è mai stata.
Le parole, i toni, le aggressioni verbali di cui sono stata oggetto non hanno definito me. Hanno definito chi le ha pronunciate.
E c’è un’ultima cosa, forse la più amara.
Fa male che tutto questo arrivi da altre donne.
Fa male perché da donne ci si aspetterebbe, prima ancora che solidarietà, almeno misura. Almeno rispetto.
Fa male perché dimostra che la strada verso una politica più giusta, più equilibrata, più umana è ancora lunga.
Non so come finirà questa vicenda.
So però come voglio attraversarla.
Con sobrietà.
Con fermezza.
Con eleganza.
E, soprattutto, senza rinunciare a ciò che sono.
Comunque vada, resterò la professoressa Mimma Raso.
Con la mia coscienza pulita.
Con il rispetto di chi mi conosce.
E con la libertà di non aver mai piegato la mia dignità a nessuna convenienza.
Perché le cariche passano.
Le persone restano
