«Non ho nulla a che fare con la ‘ndrangheta». Francesco Bagalà classe ‘77 si è difeso davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palmi.
Nella mattinata di ieri, molti degli indagati che sono stati fermati nell’operazione denominata “cumbertazione” sono comparsi dinnanzi al gip per gli interrogatori di garanzia. Molti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
È il caso Luigi, Giuseppe e Francesco (classe ‘90) Bagalà (difesi dagli avvocati Patrizia Surace e Santo Surace), mentre l’unico della famiglia a rispondere alle domande del gip Carlo Alberto Indellicati nel carcere di Palmi è stato Francesco Bagalà classe ‘77, accompagnato dai suoi legali, gli avvocati Domenico Alvaro e Patrizia Surace.
Non ha voluto rispondere alla domande del gip neanche Domenico Coppola, cognato di Francesco Bagalà, difeso dagli avvocati Santo Surace e Domenico Ascrizzi, così come Giorgio Ottavio Morabito, difeso dall’avvocato Guido Contestabile.
Si sono difesi invece i fratelli Pasquale e Angela Nicoletta, quest’ultima dirigente del settore lavori pubblici del comune di Gioia Tauro.
Il primo è difeso dall’avvocato Giacomo Saccomanno, la donna dall’avvocato Maria Antonietta Puntillo. Secondo quanto appreso nella serata di ieri, pare che i fratelli Nicoletta, accusati tra l’altro di associazione mafiosa, avrebbero cercato di spiegare la propria posizione e le varie circostanze per le quali sono finiti nell’inchiesta della procura antimafia di Reggio Calabria.
Entro domani i tre giudici per le indagini preliminari del Tribunale di Palmi coinvolti negli interrogatori, Carlo Alberto Indellicati, Massimo Minniti e Paolo Ramondino, dovranno decidere se convalidare il fermo e emettere un’ordinanza di custodia cautelare e convalidare o meno gli arresti. Subito dopo invieranno gli atti al Tribunale di Reggio Calabria competente per territorio.
L’inchiesta “cumbertazione” è scattata all’alba di giovedì scorso e ha coinvolto 33 persone, accusate di fare parte di un cartello occulto di aziende che avrebbero fatto incetta di appalti pubblici attraverso un meccanismo fraudolento, corrompendo e minacciando funzionari pubblici, dal comune di Gioia Tauro alle Stazioni uniche appaltanti delle province di Reggio Calabria e Cosenza fino all’Anas.
Alla guida del presunto cartello occulto di aziende, secondo la procura antimafia e la guardia di finanza, ci sarebbe la famiglia Bagalà di Gioia Tauro. Secondo l’accusa, gli imprenditori della città del porto sarebbero in affari con la cosca Piromalli, e in particolare con il boss Pino Piromalli.
