Ha trascorso 3 anni e mezzo in carcere, mentre le sue aziende venivano mandate in malora dagli amministratori giudiziari. Dopo che la sua assoluzione è divenuta definitiva Vincenzo Galimi presenta il conto allo Stato. Un conto salato.
Attraverso il suo legale, l’avvocato Domenico Putrino, l’imprenditore di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, ha chiesto un risarcimento di 516mila euro per l’ingiusta detenzione. In più lo Stato italiano dovrà farsi carico della due aziende di movimento terra che non ha saputo amministrare durante la detenzione di Galimi e che prima del suo arresto davano lavoro a 60 persone. Gli amministratori giudiziari, infatti, ne hanno fatta fallire una e l’altra è ormai sepolta sotto una montagna di debiti. La stessa somma è stata richiesta anche dal fratello di Galimi, Pasquale, che era finito nell’inchiesta per una presunta questione di armi non provata durante il dibattimento.
L’inchiesta
I fratelli Galimi erano finiti nella maxi operazione della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria denominata “Cosa mia”, nella quale erano state arrestate 52 persone, accusate di essere affiliate, o comunque vicine, alle cosca Gallico di Palmi e a quelle di Barritteri di Seminara.
Tra le accuse mosse alla potente cosca di Palmi, oltre all’associazione mafiosa, anche quella di avere infiltrato i lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria nel cosiddetto V macrolotto, quello compreso tra lo svincolo di Gioia Tauro (escluso) e quello di Scilla (escluso). Secondo l’antimafia di Reggio Calabria, che ha coordinato le indagini della squadra mobile, la ditta Galimi era riconducibile ai Gallico e grazie alle due aziende, il clan sarebbe riuscito a aggiudicarsi alcuni appalti per l’ammodernamento della famigerata autostrada Salerno Reggio Calabria .
Vincenzo Galimi era ritenuto titolare di fatto della ditta “Galimi” intestata al figlio Giuseppe. L’azienda, secondo il teorema accusatorio, era un’azienda di riferimento della cosca Gallico e avrebbe acconsentito l’infiltrazione della famiglia mafiosa sia nei lavori di ristrutturazione dell’A3 che i lavori di manutenzione e somma urgenza del comune di Palmi.
Il processo
La procura antimafia aveva chiesto, alla fine del processo di primo grado, la condanna dell’imprenditore a 16 anni di carcere.
La difesa nel corso del dibattimento del processo di primo grado era riuscita a fare passare il suo punto di vista, evidenziando che Vincenzo Galimi aveva pieno titolo a avere rapporti con le ditte e le amministrazioni pubbliche, non solo perché fosse dipendente della stessa, ma anche perché era stato nominato procuratore speciale dell’azienda Galimi con vari poteri. La ditta, prima del sequestro operato dalla questura di Reggio Calabria, il 10 giugno 2010, assumeva decine di operai e aveva appalti per svariati centinaia di migliaia di euro, oltre a mezzi tecnici per milioni di euro.
Il giorno della sentenza di assoluzione di Vincenzo Galimi, dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni, la Corte d’assise di Palmi aveva disposto la restituzione dell’intero patrimonio aziendale. Che a quel punto, però, era ridotto a poca cosa.
Nel corso del processo di primo grado la procura aveva chiamato a testimoniare l’imprenditore e testimone di giustizia Gaetano Saffioti, che negli anni ’90 si ribellò alle imposizioni del clan Gallico denunciando estorsioni e estortori e facendo nascere il processo denominato “Tallone d’Achille”.
Mentre per altri imprenditori attivi nel movimento terra Saffioti fu in grado di collegarli alla cosca Gallico, per Galimi disse: «Credo che siano imprenditori che si sono adeguati al sistema, ma non so se siano collegati alla ‘ndrangheta».
Dopo l’assoluzione in primo grado è arrivata anche quella in secondo grado, non appellata dalla procura generale. Una decisione che ha portato le misure di prevenzione della Corte d’appello di Reggio Calabria alla revoca della misura di 3 anni imposta dal Tribunale dopo la sentenza di primo grado. E subito dopo la maxi richiesta di risarcimento per l’ingiusta detenzione, mentre per quella relativa alle aziende è ancora in fase di quantificazione da parte dei periti nominati dalla difesa.
