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Storia di Ana: fugge dalla guerra in Ucraina e si ritrova vittima del caporalato in Calabria

La vita di Ana non è mai stata tranquilla ma ha sempre cercato di sorridere e andare avanti, nonostante un figlio di 15 anni con problemi di salute e un divorzio sulle spalle.

Ana – nome di fantasia – ha 40 anni, vive in Ucraina esattamente nel Donbass e una mattina di febbraio di due anni fa, si è svegliata sentendo un rumore assordante, quello delle bombe. Il suo Paese, l’Ucraina, era stato attaccato dalla Russia.

Iniziava così la guerra di Putin, una guerra che ancora continua e che sta distruggendo città e spezzando vite.

Ana, dopo un anno sotto le bombe, decide di andare via dall’Ucraina; ha affrontato un viaggio di una settimana e con fatica è arrivata in Calabria, a Trebisacce. Sperava finalmente di poter ricominciare una vita normale ma ha trovato l’inferno.

Da quando è arrivata in Italia, Ana ha raccolto fave, mandarini, fragole e pesche nelle serre e nei campi in Calabria e Basilicata. Ha subito vessazioni e abusi, insulti dal caporale che la portava con un pulmino a lavoro e che le tratteneva ogni giorno 8 euro dalla paga.

«Mio fratello e sua moglie – racconta Ana – sono braccianti agricoli, e io ho deciso di andare a cercare lavoro con loro».

Insieme ad altre donne ucraine, fuggite dal Paese nell’aprile del 2022, ha fatto la raccolta delle fave. Tutte le donne lavoravano in nero.

«Le fave – continua Ana – fanno diventare le mani tutte rosse, bruciano, ma noi non usavamo i guanti per proteggerle, non ce li davano perché dovevamo mantenere le mani sensibili e non ammaccare le fave. Senza sapere ancora la lingua italiana, dovevamo stare zitte, piegate e senza poterci dar un aiuto tra noi donne, non c’erano i bagni. Dalle 7 di mattina alle 5 di pomeriggio. Siamo rifugiate, non ci aspettavamo un trattamento così crudele, disumano. È stato un altro choc scoprire che l’unica cosa che potevamo fare per lavorare era essere maltrattate e senza diritti. Due delle mie compagne – spiega – sono ritornate in Ucraina, hanno preferito rinunciare alla protezione e tornare sotto le bombe, mi dicevano non possiamo vivere così, lontane dai figli a soffrire, meglio rischiare la vita ma con dignità a casa nostra».

Ma Ana non può tornare in Ucraina, non ha più nulla, nemmeno la casa.

In Basilicata, a Policoro, Ana ha raccolto albicocche e pesche, poi a gennaio le fragole nelle serre.

«Per spostarci verso la Basilicata e fare avanti e indietro ogni giorno ci siamo affidati a un ragazzo romeno che ci portava con un furgoncino – dice ancora Ana – Praticamente siamo finiti sotto caporalato. Gli davamo 8 euro a testa, li prendeva dalla nostra paga. Non c’è alternativa, non ci sono bus o altri mezzi pubblici o dell’azienda agricola per andare nei campi. Il ragazzo – prosegue Ana – ci insultava, ci ha tirato le cassette della frutta addosso, ma non solo a noi, nei campi non c’è differenza tra italiani e stranieri, solo che noi non denunciamo mai nulla, abbiamo paura di perdere la protezione e di essere cacciati. Alla fine, siamo andati via. Il datore di lavoro non sapeva niente di cosa avveniva nei campi, ci ha pagato tutto e ci ha chiesto di tornare l’anno prossimo senza nessun intermediario».

Una storia che somiglia a tante altre storie già raccontate e lette, in cui chi si trova in una situazione di difficoltà viene percepito come debole, e quindi ideale per essere sfruttato. Storie in cui il “debole”, per sopravvivere, si lascia privare di ogni cosa.

Del resto ci hanno abituato a pensarla così: se il Paese dal quale scappi è in guerra, è povero e non ti offre niente, allora ogni altro posto ti sembrerà migliore.

Ana è una delle donne ucraine che si è rivolta alla Cittadella della condivisione a Schiavonea in Calabria, dove ActionAid e una rete di associazioni, sindacati e il Comune forniscono servizi di orientamento al lavoro, supporto all’accesso ai servizi sociali e tutela legale, mediazione linguistica.

«Nella Piana di Sibari – puntualizza Grazia Moschetti, responsabile dei progetti di ActionAid nell’Arco Ionico – si sta verificando un effetto di sostituzione: un cambio di nazionalità nella catena di sfruttamento, le donne romene se ne sono andate ma la frutta è comunque da raccogliere, e lo fa chi ha più necessità, oggi sono le rifugiate ucraine ad essere le più sfruttate».

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