Inquieto Notizie

Simona Lo Iacono e la sua Joanna degli Incanti in “Trucioli e Tempere”, la rubrica letteraria di “Inquieto Notizie”.

foto copertina 1

Nell’articolo di presentazione della rubrica letteraria “Trucioli e Tempere”, avevamo segnalato le
direttive lungo le quali si sarebbe mossa la scrittura: dare vita ad uno spazio pensato come un
laboratorio artigianale e intimo, in cui raccontare le storie che lo attraversano.
Fra i trucioli e le tempere, oggi approda Joanna degli Incanti, l’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono.
Magistrata presso il Tribunale per i Minorenni di Catania e volontaria nel carcere di Augusta dove tiene
corsi di letteratura e teatro per i detenuti, Lo Iacono vanta una carriera letteraria costellata di successi,
da Tu non dici parole a Le streghe di Lenzavacche, vincitore del Premio Chianti e selezionato tra i
dodici finalisti del Premio Strega 2016, fino a La tigre di Noto e Virdimura. Il suo ultimo e intenso
lavoro, dopo la calorosa presentazione a Palmi nei salotti letterari del Mondadori Point, ha aggiunto un
ulteriore successo al suo medagliere, aggiudicandosi la vittoria nell’ultima edizione del prestigioso
Premio Racalmare, confermando il talento della sua autrice.
In Joanna degli Incanti, Simona Lo Iacono si rivela una narratrice incantevole nel riportare alla luce la
vicenda di una donna realmente vissuta, Joanna De Austa o Joanna Siragusa, nella Sicilia del Seicento.
Con ingegno e cultura sconfinati, Joanna compie un gesto rivoluzionario per la sua epoca: fondare una
casa editrice, dando vita a un’autentica forma di editoria ante litteram.
Non è “una storia semplice”; al contrario è il percorso difficile, doloroso e coraggioso di una donna,
che sfida le convenzioni sociali e abbatte muri e ostacoli, per costruire con determinazione il proprio
destino, personale e lavorativo. È il viatico di una donna contemporanea, avvolta nella realtà di una
delle province del Sud del mondo del Seicento, a cui la storia regalerà un epilogo, che è un autentico
“colpo di scena”.
L’architettura del romanzo si distingue per una straordinaria originalità strutturale.
Il racconto si snoda lungo due direttive che confluiranno nel drammatico processo davanti al Tribunale
dell’Inquisizione: in trentatré giorni di prigionia vengono ripercorsi i sessant’anni di vita della
protagonista.
La suddivisione stessa dell’opera segue metaforicamente i tempi e le fasi del calendario agreste: semi,
semina, raccolto, potatura, innesto, trasformando la scrittura in un atto di semina. Come ricorda la
lezione evangelica, se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, ma se muore produce
molto frutto.
Il cuore pulsante del libro risiede nella riflessione sul potere salvifico e terribile della parola. «Niente
come la parola getta sacrilegi nel mondo», scrive l’autrice, ricordandoci che «al passato servono parole
di scarto; al presente parole di pericolo; al futuro parole di verità». Joanna ci insegna che chi muore ha
bisogno di cento parole d’amore, cento di perdono e cento di ricordi, e che Dio stesso è colui che ama le
domande.
Accanto alla profondità filosofica, la narrazione si avvale di una ricostruzione storica rigorosissima. La
Lo Iacono restituisce la vita e le sofferenze degli internati dello Steri, il famigerato carcere
dell’Inquisizione palermitana, in una scenografia di ombre, in cui l’unica luce che filtra è il riflesso
della luna.

Ma anche i costumi e le usanze di chi viveva la vita secolare sono presentati con precisione. Abiti,
arredi, architetture e sapori: come non menzionare i piatti dell’epoca, presentati secondo i ricettari
rinascimentali di Bartolomeo Scappi?
Anche la scelta visiva della copertina si sposa con la vicenda umana della protagonista: il dipinto di
Onorio Marinari dedicato a Santa Caterina d’Alessandria (storicamente accostata alla figura della
filosofa Ipazia) ritrae una giovane donna colta intenta nella lettura, dove i classici attributi del martirio
cedono il passo ai libri, creando un ideale ponte con la figura del pittore Marco Ranieri, secondo marito
di Joanna.
In un’epoca segnata dalle massime patriarcali di autori come Paolo da Certaldo, citate nel romanzo, la
storia di Joanna rappresenta la rivincita degli emarginati e delle donne.
Il romanzo dimostra come la cultura e la letteratura non siano soltanto un presidio morale, ma un vero
motore d’intelligenza e riscatto, e che, come emerge chiaramente da queste pagine, «niente come il
libro argina l’impossibile».

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