Un urlo, uno spintone, un pugno al volto e un altro schivato, più braccia che s’incrociano e il litigio si
trasforma in rissa: chiamarla zuffa non rappresenta adeguatamente la realtà. Corpi che s’intrecciano e
si avviluppano in movimenti convulsi e feroci e che fagocitano come un vortice altre membra. Se poi a
innescare la miccia sono adolescenti, non basta il termine “lite” a smussare gli spigoli di una
manifestazione di violenza tale da richiedere l’intervento delle Forze dell’Ordine.
Il recente episodio verificatosi a Piazza Matteotti, all’orario in cui gli studenti lasciano le aule
scolastiche e si radunano prima di far ritorno a casa, deve indurre alcune riflessioni, che vadano oltre
lo sdegno e la ricerca di responsabilità e di responsabili.
È da molto tempo che la comunità palmese si lamenta di episodi non isolati di schiamazzi, soprattutto
serali e notturni, in diversi punti di ritrovo dei giovani: le piazze cittadine, il Parco Parpagliolo, Villa
Mazzini, luoghi più o meno frequentati della città. Ciò che accomunerebbe queste manifestazioni di
eccessiva esuberanza sarebbe il gioco della Morra (o Murra), rea di accendere gli animi dei
partecipanti, portandoli oltre il limite del contegno e dell’autocontrollo.
Occorre chiedersi,dunque, sel’antico gioco di strada possa essere
considerato l’unica causa dell’innesco della spirale violenta, al punto da richiedere un intervento
restrittivo delle Istituzioni.
Il rischio è che pur puntando alla luna, si guardi solo il dito.
Individuare nei costumi, a volte incontrollabili, dei giovani l’origine del male restituisce una
narrazione parziale, imprecisa e, per certi versi, comoda.
Quello della Morra è uno dei giochi più antichi del bacino Mediterraneo, al punto da essere
rappresentato in Egitto sulle pareti di alcune tombe risalenti alla XXVI dinastia. Il gioco era noto ai
Greci e anche ai Romani, tanto che lo stesso Cicerone, nel De officiis (Libro III, 19, 77), riprende un
proverbio forgiato dai contadini, i quali, per lodare l’integrità di una persona, dicono che «è degna che
si giochi con lui alla morra al buio» (in latino digitis micare).
Analizzato in sé, il gioco non crea semplicemente aggregazione, ma è un concentrato di abilità,
concentrazione, intuito e velocità, basato sul calcolo delle dita di una mano, che i giocatori, ora come
allora, contemporaneamente aprono, sfidandosi ad indovinare la somma esatta. In Sardegna, dove è
noto come Sa Murra, è particolarmente rappresentativo dell’identità socio-culturale della regione; a
Verona la Morra è inserita nel Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi di Strada, riconosciuto nel
dicembre del 2022 dall’UNESCO come “Buona Pratica di Salvaguardia del Patrimonio Culturale
Immateriale”. Sul piano nazionale, la FIGeST (Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali),
riconosciuta dal CONI, include una sezione specificamente dedicata al Gioco della Morra, prevedendo
regolamenti ufficiali, arbitri e tornei interregionali, con lo scopo di sottrarlo alla clandestinità delle
scommesse e a valorizzarlo come gara di abilità e prontezza di riflessi. E gli effetti prodotti dal gioco
stesso sulla psiche e sulle abilità cognitive dei “morratori” sono stati fra il 1998 e il 2021 al centro di
un progetto di ricerca che ha coinvolto le Università di Cagliari e di Sassari e il Multisensory
Laboratory, presso la Lawrence Technological University di Detroit, in Michigan.
L’inserimento nella lista dei giochi proibiti risale al 1929, allorchè con alcune disposizioni di polizia se
ne volle arginare la diffusione, proprio a causa della degenerazione a cui era andato incontro il gioco,
divenuto “passatempo da osteria”, che spesso si concludeva in risse violente e danneggiamento degli
stessi locali. Nel 1931, venne iscritto nella lista dei giochi proibiti che il Testo Unico delle Leggi di
Pubblica Sicurezza (TULPS) vietava e sanzionava aspramente, attraverso un meccanismo di
coordinamento normativo, che è rimasto inalterato fino ai giorni nostri.
Sostanzialmente, il divieto non aggredisce la morra in sé, ma il gioco d’azzardo, vietato dall’art. 718
c.p. quando viene esercitato in luogo pubblico o aperto al pubblico o in circoli privati di qualunque
specie. Per il Codice penale italiano, “sono giuochi d’azzardo quelli nei quali ricorre il fine di lucro e la
vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria”, vale a dire quelli in cui la vittoria o la
sconfitta dipendono unicamente o principalmente dalla sorte, e la vincita o la perdita di ingenti somme
di denaro o altre utilità economiche sono il fine specifico perseguito dalle parti.
L’art. 110 del TULPS s’innesta su questa base normativa, prescrivendo che in tutti gli esercizi
autorizzati alla pratica del gioco è esposta una tabella che elenca i giochi d’azzardo vietati e “quelli che
lo stesso questore ritenga di vietare nel pubblico interesse”, predisposta e approvata dal Questore
territorialmente competente e vidimata dalle autorità competenti al rilascio della licenza.
La Morra, dunque, è a lungo rientrata in questa casistica, in quanto comportava anche la messa in
gioco di somme di denaro, oltre che per la sua idoneità a surriscaldare gli animi dei giocatori, con
ricadute sull’ordine pubblico. Recentemente, tuttavia, si è registrata un’inversione di rotta: nel 2001 la
Provincia Autonoma di Trento ha legalizzato il gioco nei locali pubblici e nei circoli privati, in ragione
del suo valore culturale e del legame con la tradizione popolare; nel 2024, la Morra è stata legalizzata
anche in Friuli Venezia-Giulia, allorchè i Questori di Trieste, Udine, Gorizia e Pordenone l’hanno in
maniera concorde espunta dalla Tabella dei giochi proibiti.
Il fenomeno ha, quindi, molte sfaccettature e se a praticare il gioco sono i ragazzi, in strada e anche
senza la messa in palio di somme di denaro, ma solo per puro, esagerato, estremo piacere agonistico, il
divieto può radicarsi solo nel disturbo al riposo e alle occupazioni delle persone. La degenerazione
dalla concitazione alla violenza non risiede e non può risiedere nelle regole del gioco in sé, ma va
cercata in un altrove, a cui non si può trovare soluzione solo con norme di polizia proibitive.
Di recente, la Professoressa Anna Maria Giannini, Direttrice del Dipartimento di Psicologia e
Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Giuridica, Forense e Criminologica presso
l’Università Sapienza, a fronte dei tanti e ripetuti episodi di violenza giovanile ha osservato che
“cercare una sola causa rischia di essere fuorviante”, richiamando scuola e famiglia a sottoscrivere un
patto educativo “fondato sull’ascolto, sul dialogo e sulla capacità di porre limiti”.
Siamo di fronte a giovanissimi e a giovani adulti sempre più soli, che abitano un emisfero emotivo che
i propri genitori e i propri educatori non hanno mai conosciuto. E questo genera un corto circuito
incontrollabile: la spirale della violenza si espande in modo vorticoso, senza più limiti regionali,
sociali, di censo e persino di genere.
Forse si dovrebbe ricorrere ad metodologia educativa rinnovata rispetto al passato, che tenga conto dei
modelli di riferimento e dei nuovi habitat di questa “gioventù digitale (n.d.s.)”, senza delegare ad una
pedagogia repressiva il compito di correggere le condotte censurabili.
Ancora Giannini esorta ad “educare all’attesa, all’empatia e alle conseguenze delle proprie azioni”
come forma di “responsabilità collettiva”.
Non si può che concordare, perché se il rimedio consiste nella punizione, nel divieto assoluto e nel
“no” immotivato, se manca la fase prodromica dell’educazione, allora la società sta alimentando un
nuovo fallimento, il più pericoloso, quello che travolgerà l’integrità e la sicurezza emotiva dei propri
giovani.
