PALMI – Era ancora l’alba quando gli agenti del commissariato di polizia di Palmi hanno fatto irruzione nelle abitazioni di quattro palmesi, per dare esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria nei confronti di quattro palmesi. Vincenzo e Rosario Sgro, Antonio e Roberto Ficarra le quattro persone raggiunte dal provvedimento. La Direzione Distrettuale Antimafia reggina li accusa di associazione di stampo mafioso. Lo scorso 10 gennaio il Gup di Reggio Calabria li aveva condannati a 8 anni di reclusione nell’ambito del operazione “Cosa mia” per il delitto di associazione mafiosa. Ecco nello specifico di cosa sono accusati i quattro soggetti arrestati oggi.
SGRO’ Rosario, fin dalla prima metà degli anni ottanta, forniva un fondamentale contributo all’associazione,
L’indagine “Cosa Mia” condotta da questa squadra mobile e dal Commissariato di Palmi nel 2010 aveva portato alla luce le varie attività criminali dei clan Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano del “locale” di Palmi, e dei Bruzzise-Parrello del “locale” di Barritteri e Seminara. Nello specifico una serie di tangenti per i lavori sulla A3, omicidi di mafia, ma anche estorsioni e violenze nei confronti di chiunque si rapportasse con le cosche. Secondo le indagini della Dda, sarebbe stato proprio il vecchio boss Umberto Bellocco, a stabilire chi avesse diritto a ricevere la tangente del 3% sul capitolato d’appalto dei lavori della Salerno Reggio Calabria: la cosiddetta tassa di “sicurezza sui cantieri”.
Dalle indagini era emerso che solo le ditte gradite alla ‘ndrangheta avrebbero potuto ottenere i lavori in subappalto. Non solo le ditte che eseguivano i lavori di ammodernamento dell’autostrada, ma anche quelle che si aggiudicavano gli appalti di servizi dovevano rientrare fra le imprese “gradite” alla criminalità organizzata calabrese”.
Le cosche avevano condizionato tutte le attività delle ditte sui cantieri, arrivando a imporre anche l’assunzione delle maestranze. E della suddivisione delle tangenti tra le famiglie “competenti” sul V Macrolotto della A3 erano proprio gli affiliati a parlare nelle intercettazioni telefoniche. Un controllo capillare della ‘ndrangheta con una chiara divisione della A3 in zone di competenza, con riferimento ai territori “amministrati” dalle varie cosche.
Anche i numerosi omicidi perpetrati nell’ambito della “faida di Barritteri”, a Seminara, dal gennaio 2004 al dicembre 2006, sarebbero riconducibili proprio alla legittimazione a riscuotere i proventi delle estorsioni connesse ai lavori di ammodernamento della A3: una riapertura della faida dunque tra i Bruzzise e lo schieramento Gallico-Morgante-Sciglitano per configgenti interessi economici.
Non tutti i macrolotti erano però ritenuti uguali. In una conversazione intercettata, Giuseppe Gallico evidenziava come il tratto fino a Palmi fosse quello maggiormente remunerativo poiché dovevano esser realizzati ponti e gallerie.
E chi doveva lavorare erano le cosche a deciderlo. La metodologia utilizzata per estromettere le imprese non contigue alla criminalità organizzata muoveva su due differenti piani: da un lato si cercava di scoraggiare alcune ditte attraverso i contatti informali nel corso dei quali venivano prospettati prezzi bassissimi per potere concretamente partecipare ed aggiudicarsi le singole gare; dall’altro, si faceva ricorso alle tipiche metodologie mafiose, cioè alle intimidazioni mediante l’utilizzo di armi e/o attraverso i danneggiamenti alle cose.
Un sistema criminale che prevedeva il pagamento alle cosche di una tangente in funzione della competenza territoriale sull’autostrada A3 – c.d. “tassa ambientale”- corrispondente al 3% dell’importo fissato nel capitolato, sovrafatturazioni o emissione di fatture a fronte di operazioni inesistenti, fornitura di materiale qualitativamente non corrispondenti al capitolato d’appalto, imposizione di ditte “amiche”, ostracismo nei confronti di quelle non gradite, posa in opera del materiale con metodi tali da impiegare un quantitativo inferiore a quello necessario ma apparentemente rispondente a quello fatturato, imposizione di assunzioni.
Com’è noto, il GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, in accoglimento della richiesta avanzata dalla locale DDA, concordando pienamente con le risultanze investigative acquisite dalla locale Squadra Mobile e dal Commissariato di P.S. di Palmi nel corso di articolate indagini, emetteva 52 ordinanze di custodia cautelare in carcere con contestuale sequestro preventivo di beni immobili ed attività commerciali individuali che venivano eseguite l’8 giugno 2010 nell’ambito di una imponente operazione di polizia nota alle cronache come “operazione Cosa Mia”.
Viviana Minasi