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Palmi, Coronavirus: intera famiglia isolata da 70 giorni. L’avvocato Saffioti al Ministro Speranza: «Violate le libertà personali»

In quarantena da oltre 70 giorni dopo due mesi e mezzo di lockdown, con tamponi che danno una volta esito positivo e un’altra volta esito negativo. Senza alcun sintomo se non quello di uno stato generale di malessere derivante da ormai 5 mesi di contatti pressoché nulli con la gente.

Siamo a Palmi, città  in cui nel mese di giugno si è sviluppato un piccolissimo focolaio di Coronavirus in tre quartieri, generato da un uomo del posto e dal figlio rientrati dall’Emilia Romagna e risultati positivi al test.

Un’intera famiglia vive chiusa in casa da oltre 70 giorni, da quando uno dei componenti del nucleo familiare ha contratto il Covid; alcuni soggetti della famiglia sono negativizzati, altri sono asintomatici, altri ancora nelle ultime settimane alternano tampini positivi a tamponi negativi.

Una situazione surreale, grave, che rischia di avere conseguenze gravi sul piano psicologico della famiglia in questione.

Un avvocato palmese, Pasquale Saffioti, ha deciso di sottoporre la questione al Ministro della Salute Roberto Speranza, a cui questa mattina ha inviato una lettera con cui lo rende edotto della grave situazione che la famiglia sta vivendo, a seguito del piccolo focolaio di Covid.

«Ho segnalato il grave prezzo che stanno pagando dopo circa 70 giorni di quarantena, non soltanto per la privazione della libertà personale (ovviamente sacrificio necessario per la salvaguardia dell’interesse generale), ma anche per le conseguenze psicologiche derivanti da restrizioni che vanno ad aggiungersi ai mesi di lockdown – scrive il professionista – È stata anche l’occasione per rivolgere al Ministro alcune considerazioni, con conseguente richiesta di intervento, e per porgli alcuni interrogativi sulla gestione della vicenda e sulla opportunità di vincolare, in casi analoghi a quello che ci occupa, la libertà dei pazienti posti in isolamento all’esito del doppio tampone, a scapito dei criteri clinici».

L’avvocato Saffioti ha rimarcato nella sua lettera la necessità di liberare i pazienti dall’isolamento sulla base di criteri clinici, e non sulla base  dell’esame del tampone, che può continuare a rilevare tracce non vitali di Rna per molte settimane, non pericoloso e, quindi, non contagioso, come già da tempo molti Paesi d’Europa (inclusi Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera e altri) stanno facendo.

L’Italia è il Paese che mantiene ad oggi le procedure più strette e vincolanti, richiedenti doppio tampone negativo.

«Ho ricordato anche – si legge ancora nella lettera dell’avvocato Saffioti al ministro Speranza – che un simile approccio è quello che si sta già seguendo con ottimi risultati all’Ospedale San Matteo di Pavia, dove un esame supplementare di laboratorio mette in coltura il materiale proveniente da un debole positivo per valutarne la replica e, quindi, la sua capacità infettiva».

I risultati degli esami eseguiti sui pazienti è sorprendente: su 280 pazienti clinicamente guariti con cariche virali basse, meno del 3% ha la possibilità di infettare altre persone. I dati dell’indagine sono già a disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità per la pronuncia in merito.

«È necessario, quindi, sacrificare la libertà personale di persone sulla base di un risultato, quello del doppio tampone, quando vi è la possibilità di avere la certezza della non trasmissibilità del virus? – domanda l’avvocato – È opportuno processare centinaia e centinaia di tamponi quando vi è l’opportunità di procedere attraverso dati clinici? È opportuno sottoporre dei cittadini incolpevoli ad una quarantena che potrebbe essere infinita, quando la difesa dell’interesse collettivo può essere bilanciato senza sacrificare diritti fondamentali per mesi e mesi?».

La mia risposta dell’avvocato è, chiaramente, no, ma si attende quella del Ministro alla Salute e degli uffici interrogati.

«Da ultimo, ho evidenziato al Ministro la totale assenza di supporto psicologico che, forse, i soggetti interessati avrebbero dovuto ricevere, nonché il mancato rispetto delle indicazioni ministeriali sulle tempistiche da seguire nella ripetizione dei tamponi – conclude – Sottoporre il soggetto, già negativo dopo un primo tampone, al tampone di conferma negatività dopo 7-8 giorni significa prolungare l’agonia di chi è già provato da un estenuante isolamento».

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