«Per lui (il nuovo responsabile, nda) sarà una prova stare qui ma per me sarà una prova stare lontano da qui». Questo lo stato d’animo col quale padre Stefano Caria si accinge a lasciare la sua Comunità, la Luigi Monti, che lo ha accolto appena trentenne e che lo ha maturato per ben diciannove anni restituendo alla collettività educante un uomo completo oltre che una guida spirituale di spessore ed un esempio di amorevolezza a braccia sempre aperte, anzi spalancate per accogliere l’altro. Ed è grazie al suo lavoro – a volte paziente e silenzioso, a volte intriso della necessaria pervicace protesta – che molti dei suoi “ragazzi” hanno potuto saggiare la speranza, cogliere una opportunità e fare della caduta, la ripartenza. Un uomo di fede, certo, ed allo stesso tempo un sardo pratico prestato alla calabresità più autentica come meglio non si potrebbe visto che parla fluentemente la lingua madre di questa terra bellissima e contraddittoria. L’intervista dell’arrivederci non è cosa semplice e sgranare quasi vent’anni come un rosario di accadimenti stratificati in una mente che ora contiene il tumulto delle emozioni è impattante quanto liberarsi della zavorra per risalire in superficie dalle profondità marine. Cerchiamo di riavvolgere il nastro. «Sono arrivato qui a trent’anni, me ne vado a quasi cinquanta, Polistena e questa Comunità mi hanno dato tutto» esordisce cercando di rovistare tra i ricordi mentre sottolinea il carico crescente di responsabilità che si è trovato a gestire trattando costantemente con istituzioni, servizi sociali, amministrazioni locali e giustizia minorile. Un viaggio introspettivo che tiene ben conto delle “carezze” – dice lui – della gente fatte «di riconoscenza, amicizia e vicinanza anche di coloro che ho incontrato per poche volte o in situazioni, peraltro, critiche». Rispondere alle richieste d’aiuto, in questa terra, «è ordinaria amministrazione» quanto esercizio indispensabile per «salvare le persone dal pericolo incombente». Un cagliaritano polistenese “accarezzato” dall’affetto della gente nell’approssimarsi della nuova esperienza lombarda, il prossimo 5 luglio, che il padre provinciale ha disposto per incrociare due destini invertendo i poli: a prendere il suo posto, infatti, è stato chiamato padre Mario Pesenti, bergamasco di dieci anni più grande con cui sono già stati avviati i contatti necessari per un passaggio di consegne affatto indolore. Padre Stefano ha camminato la Calabria in lungo ed in largo per via del suo ruolo in Confcooperative, come portavoce regionale del Forum del Terzo Settore e nel coordinamento nazionale della Comunità d’accoglienza, passi che gli hanno permesso di «aprire tanti orizzonti e tante strade».
Il ricordo dei momenti più belli? Non ha dubbi, «gli abbracci dei miei ragazzi» racconta con la voce strozzata dall’emozione che gonfia gli occhi vispi ed umettati rigando il volto di lacrime pesanti e inattese ma necessarie a dipanare un racconto nel quale erutta anche la rabbia per l’ineluttabile lotta contro il “sistema” che ti impone di persino «di combattere per avere i tuoi diritti» si sfoga. Con la politica spiega di aver avuto, in questi molti anni, un «rapporto altalenante» atteso che taluni rappresentanti ancora la identificano con l’esercizio del potere fine a sé stesso «e questo certo non aiuta la sana dialettica che favorisce la crescita di un territorio». Ad attenderlo le realtà di Erba e Cantù, diversamente impegnative, con un occhio vigile su Polistena e Siracusa di cui sarà comunque coordinatore. Un’altra storia, un’altra strada, certo, che non cancellerà le peripezie vissute durante il periodo covid quando si è dovuto letteralmente caricare sulle spalle le sorti della sua Comunità – racconta con passione ed emozione nuovamente smosse da un altro fiotto di pianto liberatorio – con l’aiuto e l’indimenticabile solidarietà dei cittadini di Polistena e di molte attività commerciali della Piana a cui si era disperatamente rivolto chiedendo aiuto in un momento quasi drammatico per la sopravvivenza della struttura trasformata in “oasi” protettiva. «La figura più bella di questi anni resta quella di padre Ludovico Polat, confratello testimone di bontà e di correzione fraterna» aggiunge nel suo racconto a getto ricordando il religioso in odore di santità su cui è avviata una causa di beatificazione «e su cui, avendoci vissuto 6 anni assieme, qualcosa dovrò dire» riprende sorridente. «Sono caduto e mi sono rialzato, ma una cosa mi fa stare tranquillo: so di aver dato il massimo nel servizio» prosegue riflettendo sui propri limiti e sulle necessità di «unità, collaborazione e lavoro» nella lettura di questa tormentata terra vista dalla prospettiva di Direttore della Pastorale per il lavoro di cui è stato dotato dai vescovi calabresi per quattro anni, dal 2019. Un “lavoro” da incosciente, scherza, il suo, per accettare una sorta di salto nel buio più a sud di casa sua, catapultato ora nel profondo nord preparando «una partenza che spero possa essere propedeutica ad un ritorno» anche se «porterò con me tanto di Calabria in Lombardia» con la speranza di «aprire nuove sinergie e mettere in connessione le persone, che poi è quello che ho fatto finora». Pensi di ritornare a casa (in Sardegna, nda) un giorno? «Il mio è uno spirito aperto ed io sono e mi sento figlio del mondo» risponde con una serenità contagiosa che non però spazza il velo di malinconia che accompagna questi momenti, frenetici, che precedono la partenza e che, forse, delineano la sospensione di una lunga storia di amore vicendevole. Con l’umiltà tipica delle anime belle, allontana da sé l’idea d’essere un “eroe” prefigurando, semmai, quella del combattente tenace e “testa dura”. Un testimone coraggioso di questo tempo – aggiungiamo noi – che per quasi vent’anni ha camminato con fragore silenzioso al nostro fianco con la missione quotidiana di insegnare che, anche a queste latitudini, un altro mondo è possibile trasformando, in valore e verbo concreto, il peso empirico della solidarietà disinteressata per restituire un senso più pieno a quel sentimento, a volte volubile, che è l’amicizia. Questa terra, la tua elettiva, ti è grata per quanto hai fatto. Arrivederci e buon cammino Stefano, costruttore di pace!
