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Oltre il Primo Maggio: il diritto allo svago e al riposo fra antiche e future sfide nel mondo del lavoro

Si percepisce ancora l’eco dei festeggiamenti del Primo Maggio, da poche ore trascorso secondo i
consueti cliché: manifestazioni organizzate dai sindacati sotto il motto “Lavoro dignitoso”; cortei
nelle principali città italiane; messaggi dei rappresentanti delle Istituzioni nazionali; il Concertone
di piazza San Giovanni. Ma “cosa resta di quel giorno”? Solo vuota retorica e un fastello di
problemi che si cercherà di dipanare fino al prossimo Primo Maggio e fino alle prossime statistiche.
Sembra un paradosso, ma nonostante siano trascorsi ottantuno anni dal ripristino della ricorrenza, le
tematiche affrontate appaiono ferme al 1945, nonostante i tanti argomenti, contenenti già i germogli
per far fruttificare nuove piante.
È su uno di questi, in particolare, che mi voglio soffermare: “8 hours labour, 8 hours recreation, 8
hours rest” ossia “8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di riposo”.
Siamo in Inghilterra e il motto è alla base delle idee socialiste del pensatore e industriale gallese
Robert Owen, settant’anni prima della manifestazione di Chicago del 1887 – la prima organizzata
dai lavoratori e promossa per ricordare la rivolta e la tragica morte negli scontri che ne seguirono di
operai e poliziotti ad Haymarket, – e dell’istituzione, nel 1889 a Parigi, della Festa dei Lavoratori da
parte della Seconda Internazionale.
È il 1817 e Owen è titolare di una fabbrica a New Lamark, in Scozia, ed è convinto che turni di
lavoro massacranti di 14, a volte anche 16 ore, per uomini, donne e bambini impiegati nelle
fabbriche non siano sostenibili. Riduce, pertanto, i turni a 10 ore lavorative e avvia la sua campagna
dei tre 8, facendone un motto, quello di cui sopra. Owen non si limita solo a proclamare la riduzione
dell’orario, ma promuove una serie d’iniziative sociali – come l’istituzione di asili nido, il divieto di
impiego di bambini al di sotto dei dieci anni, la creazione di scuole per giovanissimi e di corsi serali
per adulti – tali da rendere New Lamark un modello e da elevarlo al rango di patrimonio
dell’umanità da parte dell’UNESCO nel 2001.
Al netto del pur importante dato storico, l’eredità di Owen non sembra essere stata pienamente
custodita e rinforzata da parte di giuslavoristi e figure affini: il focus dei temi sul lavoro punta in
misura proporzionalmente maggiore sulla quota delle otto ore lavorative, piuttosto che sugli altri
due terzi, che ne sono l’elemento di valorizzazione e di potenziamento.
Il lavoro non può essere disgiunto dalle finalità del Welfare, in una ciclicità virtuosa e propositiva,
che deve aprirsi ad un’indagine che sia anche sociologica e che verifichi se le altre 16 ore della
giornata siano effettivamente dedicate alla rigenerazione (accezione questa da preferire a svago) e
al riposo, perché altre indagini rivelano esattamente il contrario.

Consideriamo, innanzitutto, l’overworking, quel superlavoro non contrattualizzato, che induce a
prolungare le proprie mansioni e gli adempimenti lavorativi anche oltre le regolamentari otto ore,
travalicando il limite tollerabile delle energie fisiche e mentali. È un fenomeno trasversale, che
riguarda ogni categoria, dal lavoro subordinato a quello autonomo, con erosione progressiva del
tempo da dedicare alla cura di sé e al riposo.
In una prospettiva diversa, vi è chi modula il superlavoro svolgendo oltre le regolari ore lavorative
un secondo lavoro, spesso “in nero”, con la prospettiva di arrotondare o implementare, secondo i
punti di vista, salario o stipendio, con una lesione impercettibile e inconsapevole, ma progressiva
dei propri tempi di recupero e di riposo.
Recupero e riposo che non sembrano diritti delle supermamme, schiacciate fra lavoro, figli, spesso
responsabili anche di genitori anziani (sono le componenti della cd. generazione sandwich) e
acrobate della frenetica società contemporanea, per le quali la giornata si divide fra il primo turno,
quello lavorativo e il secondo turno, quello della cura familiare. Non è un caso se Francesca Mesiti
Spanò reclama nel suo saggio, Parità di Genere Incompiuta, il diritto al terzo turno, quello da
dedicare a se stesse.
Altro ambito, altre declinazioni del medesimo tema: la modulazione fra smart working e lavoro in
presenza. La domanda che ci si deve porre è se davvero il lavoro agile consenta di usufruire di
tempi di recupero che siano effettivi e non mascherino, al contrario, subdoli meccanismi di
superlavoro. La risposta all’alternativa posta è affermativa, se il reclamato diritto alla
disconnessione – vale a dire il diritto a non rispondere a telefonate, mail o messaggi in orari certi,
senza temere sanzioni disciplinari – non è ancora oggetto di una regolamnetazione normativa certa e
uguale per tutti, ma risulta affidato alla sola contrattazione, con evidenti discrasie fra categorie di
lavoratori e molti vuoti di tutela.
Un riallineamento alle primordiali indicazioni socialiste di stampo oweniano proviene dal mondo
giovanile, il cui manifesto sul tema, pur focalizzato sulla certezza del lavoro e sulla dignità
retributiva, comprende altre voci: il work-life balance, ossia l’equilibrio fra lavoro e vita, a cui
molto più dei propri predecessori le nuove generazioni attribuiscono importanza, e una maggiore
attenzione alla salute mentale, per scongiurare il pericolosissimo burnout, piaga che affligge i
lavoratori più maturi e più stressati.
Si allinea in questa prospettiva la scelta di un sempre maggior numero di giovani di rientrare in
Italia, dopo un periodo di studio svolto all’estero, o di recuperare i ritmi lenti della vita dei piccoli
borghi, sparsi ovunque nella nostra bella Italia oppure, opzione ancora più coraggiosa e audace, di
ritornare nelle città e nei paesi di provenienza del Sud Italia, forse anche con un briciolo di
quell’incoscienza che sorregge le grandi svolte.

All’indomani del Primo Maggio, pur non sottovalutando l’importanza delle tematiche più
tradizionali, come stabilità, trasparenza, sicurezza, giusta retribuzione, il guanto di sfida lanciato
alla politica e alle istituzioni deve comprendere anche tutto ciò che incarna il prolungamento del
lavoro, di cui i casi riportati costituiscono un esempio evidente, ma bisognoso di una
regolamentazione, che ponga al centro non solo la dignitas, che attraverso il lavoro si raggiunge, ma
l’humanitas, che attraverso l’otium, nel senso latino del termine, si custodisce e si preserva.

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