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“Noi della tendopoli”, il docufilm che racconta i volti dimenticati dei braccianti della Piana

Non è un documentario sulla tendopoli ma un documentario sulle persone che l’hanno abitata. È questa la cifra di Noi della tendopoli, il cortometraggio presentato in anteprima nazionale nella sala consiliare del Comune di San Ferdinando. Diretto dal regista Massimo Borgese, prodotto dalla Cm Creation’s di Caterina Costa e scritto da Annalisa Cicerchia, il docufilm nasce con il contributo della Fondazione Migrantes e il patrocinio del Comune di San Ferdinando. In poco più di nove minuti restituisce identità ai braccianti africani che negli ultimi anni hanno vissuto nella tendopoli della Piana di Gioia Tauro, arrivati in Italia dopo viaggi drammatici e impiegati nelle campagne del territorio. Presenti in sala, tra gli altri, Patrizia Rodi Morabito, dirigente di Coldiretti e componente della giunta della Camera di commercio di Reggio Calabria, l’artista Cosimo Allera, il parroco don Domenico Rizzi e padre Sergio Sala.

La proiezione ha assunto un valore particolare perché arriva nel momento in cui l’insediamento, nato nel 2017, si avvia alla definitiva chiusura. A sottolinearlo è stato il giornalista Giorgio Rovere, moderatore dell’incontro, che ha definito il documentario una testimonianza destinata a conservare la memoria di una pagina complessa della storia recente del territorio.Tra il folto pubblico erano presenti amministratori locali, rappresentanti del mondo agricolo, del volontariato e della Chiesa, a conferma dell’attenzione che il tema continua a suscitare. Il sindaco di San Ferdinando, Luca Gaetano, ha bollato la tendopoli «un luogo indegno di un Paese civile», spiegando che il documentario rappresenta una memoria storica di una realtà ormai prossima al superamento.

Il riferimento è al progetto dei “Villaggi della solidarietà”, che coinvolge i Comuni di San Ferdinando, Rosarno e Taurianova e punta a sostituire le baraccopoli con soluzioni abitative stabili destinate ai lavoratori agricoli stagionali. «L’obiettivo – ha spiegato Gaetano – è offrire una sistemazione dignitosa e costruire un percorso di integrazione capace di favorire una convivenza reale tra cittadini e migranti». Un concetto rilanciato anche dal sindaco di Rosarno, Pasquale Cutrì, che ha ricordato il ruolo essenziale svolto dai lavoratori stranieri nell’economia agricola della Piana. «Sono una risorsa fondamentale. Senza il loro contributo la nostra agricoltura andrebbe incontro a enormi difficoltà. Per questo devono essere accolti come parte della comunità».

Prima della proiezione hanno preso la parola gli autori dell’opera, raccontando il percorso che ha portato alla sua realizzazione. Per Annalisa Cicerchia tutto è nato da una visita nella tendopoli avvenuta due anni fa. Un’esperienza che, come ha spiegato, l’ha spinta a voler raccontare una realtà spesso ignorata e a mostrare ciò che esiste oltre i confini del campo. Un lavoro tutt’altro che semplice. Entrare nella tendopoli ha richiesto tempo, fiducia e rispetto. Gli abitanti hanno accettato di aprire le porte delle proprie vite e delle proprie abitazioni, permettendo alla troupe di documentare una quotidianità che raramente trova spazio nel racconto pubblico.

Anche per il regista Massimo Borgese il documentario ha rappresentato una sfida professionale e personale. «Ho sentito il bisogno di raccontare ciò che troppo spesso scegliamo di non vedere», ha spiegato, sottolineando come durante le riprese l’obiettivo sia stato soprattutto quello di ascoltare, mettendo le persone prima della macchina da presa. Il risultato è un racconto essenziale ma intenso. Le immagini seguono il ritmo delle giornate dei braccianti, dalla partenza all’alba per raggiungere i campi fino al rientro serale. Accanto alla fatica del lavoro emergono gli spazi della vita quotidiana: la scuola dove si studia l’italiano, il mercatino degli abiti, le cucine improvvisate all’interno delle tende, la lavanderia con le lavatrici donate da Papa Francesco nel 2024 e il Cesami, il Centro per la salute del migrante, punto di riferimento sanitario per centinaia di lavoratori.

Più che denunciare il degrado, il documentario sceglie di raccontare la dignità. Quella di uomini che continuano a lavorare, costruire relazioni e immaginare un futuro diverso nonostante le difficoltà. Al termine della proiezione il lungo applauso del pubblico ha accompagnato l’emozione degli autori. A chiudere l’incontro è stato il medico Domenico Boretti, responsabile del Cesami, che ha ripercorso la nascita del centro sanitario, realizzato grazie alla collaborazione tra Caritas parrocchiale e Asp di Reggio Calabria. Boretti ha evidenziato il ruolo decisivo dei mediatori culturali, figure indispensabili per garantire l’accesso alle cure a persone che spesso non conoscono la lingua italiana.

Nel concludere la serata, Rovere ha voluto ricordare come nella tendopoli non esista una rappresentanza ufficiale dei lavoratori. Un’assenza che spiega anche la mancata partecipazione dei residenti alla presentazione del documentario, affidati nel loro percorso quotidiano proprio al lavoro dei mediatori culturali. Più che un semplice racconto per immagini, Noi della tendopoli si propone così come un documento di memoria civile. Un’opera che arriva nel momento in cui una delle pagine più controverse della Piana di Gioia Tauro si avvia a chiudersi, lasciando però aperta la riflessione sulle condizioni del lavoro agricolo, sull’accoglienza e sul diritto alla dignità di chi contribuisce ogni giorno all’economia del territorio.

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