C’è un luogo, il Monte Sant’Elia di Palmi, dove lo sguardo si perde nell’infinito del mare e la mente trova quiete davanti alle Tre Croci, simboli di fede e identità collettiva. Un luogo che racconta una Calabria silenziosa, antica, dove i gesti sembrano sopravvivere al tempo. Ma ecco che arriva l’imprevisto. Sulla croce centrale compare il disegno di un bambino crocifisso. Un’istantanea che colpisce duro, scuote l’animo e, come sempre accade in Italia, divide.
Da una parte, i “militanti dell’arte come denuncia”, pronti a difendere un gesto che smaschera il dolore dei bambini schiacciati dalle guerre di cui nessuno vuole parlare. Dall’altra, i custodi della tradizione, che gridano al sacrilegio, vedendo in quel graffito solo una ferita inferta a un simbolo sacro. Ed è così che, ancora una volta, Palmi e dintorni si ritrovano a litigare sul confine tra espressione artistica e rispetto dei luoghi.
Se guardassimo indietro, al giorno in cui quelle Tre Croci furono piantate nella roccia, troveremmo gli stessi schieramenti. Oggi qualcuno avrebbe parlato di “ecomostro”, di cementificazione selvaggia, invocando la tutela del panorama. Ma la storia, si sa, è indulgente con ciò che ha già inglobato. Quelle croci sono diventate un pezzo di anima collettiva, un simbolo accettato. Eppure, basta un disegno per riaprire la contesa, come se il passato fosse immacolato e il presente, invece, perennemente colpevole.
Siamo divisi tra la provocazione e il vandalismo ritenendo più o meno accettabile illuminare monumenti per ricordare tragedie o commemorare eventi ed imbrattare opere d’arte o colorare l’acqua della fontana di trevi.
Ma un disegno, un graffito, è subito percepito come uno sfregio. E allora eccoci qui, a discutere ancora una volta su cosa sia lecito fare per scuotere le coscienze. C’è chi applaude il gesto come coraggioso e chi, invece, lo condanna come vandalismo. In mezzo, il vuoto di una società che fatica a trovare un equilibrio tra l’urgenza di denunciare e il rispetto degli altri.
Non poteva mancare il web, arena della discordia, quel nuovo agorà dove tutti si sentono in diritto di dire qualcosa. Il caso del Monte Sant’Elia è diventato virale, un simbolo discusso, esposto al giudizio globale. Da Milano a Crotone, da Parigi a New York, ognuno ha un’opinione, e nessuno sembra ascoltare l’altro. È il paradosso dei nostri tempi: comunichiamo come mai prima d’ora, ma non sappiamo più dialogare.
Alla fine, la storia del bambino crocifisso sulle Tre Croci è l’immagine di un luogo che vive in un perpetuo stato di conflitto. Un Paese che, tra tradizione e provocazione, non sa mai decidere se guardare avanti o restare fermo. Eppure, in quella controversia, in quel graffito che disturba, c’è tutta la verità di un popolo che, sebbene diviso, non smette mai di interrogarsi sul senso delle cose.
