È stato attivato per martedì 22 un tavolo tecnico convocato dal sindaco Morano, del Comune di Laureana di Borrello, dopo il rinvenimento di un ordigno bellico in aperta campagna, a circa cinque chilometri dai centri abitati. Si tratterebbe, secondo le prime valutazioni, di una bomba d’aereo tipo MK‑I‑II‑III da 250 lb GP di fabbricazione inglese, sganciata dagli Alleati sul finire della Seconda guerra mondiale.
La nota sindacale, diffusa dopo la riunione in Prefettura alla presenza della Protezione civile, ricostruisce la dinamica del ritrovamento: un contadino, mentre lavorava il proprio terreno, ha avvertito un sobbalzo del mezzo agricolo su un grosso involucro metallico, immediatamente riconoscibile come residuato bellico inesploso.
Per comprendere la portata del ritrovamento è necessario fare un passo indietro nella storia. Nonostante siano trascorsi 83 anni, questi ordigni rappresentano ancora un pericolo elevatissimo e testimoniano la violenza dei bombardamenti che colpirono il territorio durante lo sbarco anglo‑americano del 1943.
Il ritrovamento si inserisce infatti nel contesto delle incursioni aeree contro l’aeroporto “Luigi Razza” di Vibo Valentia, considerato strategico per la presenza di scuole di pilotaggio, officine e oltre 600 militari italiani e tedeschi. Tra giugno e agosto 1943, in Sicilia e nel Sud Italia furono sganciate circa 7.500 tonnellate di bombe.
Il 10 luglio 1943, giorno dell’invasione alleata della Sicilia, l’aeroporto subì un pesante bombardamento da parte di circa 60 B‑24. Altri attacchi seguirono l’11, 13, 15, 16 e 20 luglio. Il 16 luglio fu la giornata più devastante: 207 aerei decollarono dalle basi tunisine e, alle 10:58, una pioggia di bombe dirompenti da 500 pounds – dello stesso tipo dell’ordigno rinvenuto oggi – colpì l’intera area, insieme a migliaia di ordigni a frammentazione e colpi da 20 mm.
Le strutture dell’aeroporto furono rase al suolo e 50 velivoli su 78 vennero distrutti. Ma il prezzo più alto lo pagarono i civili: durante l’incursione del 16 luglio, Mileto fu colpita duramente e 39 persone persero la vita. Una lapide, posta nel 1988 davanti al Santuario di Santa Maria della Cattolica, ricorda ancora oggi quei nomi, tra cui bambini e anziani.
La rotta tipica dei bombardieri, dalle basi tunisine verso la Calabria tirrenica, passava sul Canale di Sicilia o sullo Stretto di Messina, risalendo poi verso il Monte Poro, in linea con l’area in cui è stato rinvenuto l’ordigno.
Gli artificieri provvederanno ora alla messa in sicurezza e alla bonifica, eliminando la carica esplosiva ma non quella storica, che continua a riaffiorare dal terreno come memoria tangibile di un passato drammatico.
