Il grande Concilio Ecumenico di Trento, aperto nel 1545 e chiuso nel 1563, affrontò, soprattutto, le questioni sollevate dalla Riforma protestante: chiarì la dottrina cattolica circa la Scrittura e la Tradizione; la giustificazione; i sette Sacramenti, in particolare l’Eucaristia e definì punti contestati come il peccato originale e il ruolo delle opere insieme alla fede. Parallelamente, promosse una profonda riforma interna della Chiesa: disciplina del clero; obbligo di residenza dei vescovi; istituzione dei Seminari per la formazione dei sacerdoti e lotta ad abusi come la simonia e il nepotismo. La sua importanza fu enorme perché costituì il momento centrale della Controriforma, rafforzò l’autorità e l’organizzazione della Chiesa cattolica e fissò, in modo stabile, dottrine e pratiche che avrebbero segnato il Cattolicesimo nei secoli successivi. Ad esso parteciparono, a vario titolo, come vescovi di Oppido, il cardinale Alessandro De Cesarinis, sia pure per un brevissimo periodo mentre il vescovo Giovanni Tommaso Caselli prese parte attivamente alle tre fasi del Tridentino anche se non emerse tra le figure di primo piano nelle decisioni dottrinali. In ultimo, il presule tropeano Teofilo Galluppi intervenne al Concilio in diverse occasioni e fu apprezzato per la sua preparazione dottrinale, in particolare, circa la necessità di una riforma disciplinare.
Al Concilio Ecumenico Vaticano I (1869-1870) prese parte mons. Giuseppe Teta, ilquale partecipò a tutte le sessioni, seguendo con attenzione il dibattito conciliare. Inoltre, egli fu tra coloro che votarono placet allo schema sulla famosa questione dell’infallibilità papale, partecipando alla solenne proclamazione del dogma attraverso la promulgazione della costituzione Pastor aeternus la quale tratta del primato pontificio e della prerogativa personale dell’infallibilità di cui gode il romano pontefice per uno speciale carisma, quando, come maestro universale “ex cathedra” propone dottrine o dirime questioni concernenti la fede e la morale. Durante la Settimana Santa di quell’anno, i lavori del Concilio trattennero a Roma i vescovi, per cui il nostro mons. Teta fu incaricato dal papa di consacrare, nella Cattedrale di Oppido, gli oli sacri per tutte le Diocesi della Calabria. Il ricordo di quel giorno è stato tramesso dalla cronaca di Francesco Saverio Grillo che così scrive: «Era imponente la processione per le vaste navate della Cattedrale. Tutti que’ preti ne’ sacri paramenti a svariati colori e tutti que’ vasi metallici di diverse fogge portati da’ diaconi, facevano un effetto sorprendente. Accresceva la maestà del sacro rito il canto sublime di quella lirica stupenda: O Redemptor, musicata alla Palestrina dal nostro maestro di cappella Giuseppe Annunziato Muratori. I profumi dell’incenso e di ogni maniera di fiori primaverili che adornavano il Santo Sepolcro, la parte più eletta della cittadinanza, la folla di popolo accorsa ad assistervi, la parola elegante dell’emerito prelato che, visibilmente commosso, parlò con entusiasmo del Concilio e la splendida giornata di primavera, concorsero ad elevare gli animi ad alti pensieri e ad inondare i cuori di una dolcezza ineffabile». Successivamente, il Vaticano I fu sospeso, nel 1870, a causa dello scoppio della Guerra franco-prussiana e dell’ingresso delle truppe italiane a Roma, attraverso la breccia di Porta Pia, aperta il 20 settembre. Pio IX non convocò più i padri, lasciando il Concilio formalmente sospeso, senza una conclusione ufficiale. Infine, mons. Maurizio Raspini partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), prendendo parte, anche lui, a tutte le sessioni. Durante la fase antipreparatoria della grande Assise, il suo contributo principale consistette nell’invio dei consilia et vota, richiesti nel 1959 dal cardinale Tardini a tutti i vescovi per raccogliere suggerimenti sui temi conciliari. Il vescovo di Oppido rispose organizzando una piccola commissione di ecclesiastici locali che collaborarono alla stesura delle proposte. I contenuti riguardavano, soprattutto, l’aggiornamento del Catechismo; la formazione del clero con un maggiore ruolo del vescovo; il legame del sacerdote alla Diocesi; il coordinamento delle associazioni cattoliche e una maggiore unità pastorale. Venivano, inoltre, proposte modeste riforme liturgiche per una più ampia partecipazione dei fedeli; interventi sulla disciplina ecclesiastica e attenzione alla dottrina sociale della Chiesa e ai problemi del lavoro. Mons. Raspini non intervenne con discorsi in aula durante il Vaticano II ma offrì un contributo diretto tramite alcuni interventi scritti, conservati negli atti ufficiali, oltre alla firma dei documenti e ai voti espressi. Il primo scritto sostenne una mozione dell’arcivescovo di Firenze Florit per affiancare al papa, nel governo della Santa Sede, anche vescovi diocesani (non solo i membri della Curia), così da rispondere meglio ai bisogni del popolo di Dio e mostrare la universalità della Chiesa. Il secondo appoggiò un intervento di mons. Fares, arcivescovo di Catanzaro, sull’ecumenismo, proponendo di inserire l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani nella Liturgia romana come obbligo per tutti. Il terzo riguardò la formazione dei seminaristi: mons. Raspini chiese, tra l’altro, un certificato medico sulla salute psicofisica del candidato e ribadì che la decisione finale sulla vocazione spetta al vescovo diocesano, al quale superiori e formatori devono attenersi. Il quarto intervento, infine, trattò le scuole cattoliche, chiedendo che i sacerdoti insegnanti, oltre ai titoli richiesti, avessero anche l’autorizzazione del proprio ordinario, che avrebbe dovuto vigilare sui percorsi accademici. In conclusione, per la nostra Chiesa locale di Oppido Mamertina-Palmi, la partecipazione dei vescovi ai vari Concili ha rappresentato un passaggio fondamentale per mantenere un legame vivo e concreto con la Chiesa universale. Attraverso la loro presenza e i loro interventi, infatti, le esigenze pastorali, sociali e spirituali del territorio sono state portate all’attenzione dell’intera Comunità ecclesiale, contribuendo al discernimento comune. Allo stesso tempo, i vescovi hanno potuto riportare in Diocesi gli orientamenti conciliari, favorendone l’attuazione nella vita liturgica, nella formazione del clero e nell’azione pastorale. In questo modo, anche una realtà locale come la nostra ha partecipato attivamente al cammino della Chiesa universale, ricevendo impulso per rinnovarsi restando fedele alla propria identità e alla propria Storia.
