L’economia calabrese sta attraversando una fase di forte complessità, in linea con il quadro nazionale ma con ripercussioni ancora più marcate. A lanciare l’allarme è Klaus Algieri, presidente di Confcommercio Calabria, che analizza per l’ANSA gli effetti che l’instabilità internazionale sta producendo sul tessuto produttivo regionale.
Secondo Algieri, i venti di guerra provenienti dal Medio Oriente hanno determinato nell’ultimo anno un incremento significativo dei costi fissi per le imprese del terziario, stimato in media intorno al 14%, con punte che raggiungono il 22% nei settori a maggiore consumo energetico, come la ristorazione. Uno scenario che rischia di peggiorare ulteriormente: «Se l’instabilità dovesse perdurare, le stime potrebbero persino raddoppiare», avverte il presidente.
La Calabria paga un prezzo più alto rispetto ad altre regioni anche a causa del gap logistico che da anni penalizza il territorio. Il solo trasporto merci registra un aggravio dell’11% sui listini regionali, con effetti a cascata su tutta la filiera commerciale.
Questi aumenti si traducono in una dinamica inflattiva che riduce il potere d’acquisto delle famiglie e provoca una flessione reale dei volumi di vendita nel commercio al dettaglio, stimata intorno al -2,1% annuo.
Per evitare di scaricare interamente i maggiori costi sui consumatori, molte imprese stanno comprimendo i propri margini fino al 30%. Una strategia di resistenza che, secondo Algieri, «ha ormai raggiunto il limite», con il rischio concreto di innescare una spirale recessiva.
Di fronte a questo scenario, Confcommercio Calabria chiede alle istituzioni un cambio di passo: «Non bastano misure una tantum. Serve una riduzione stabile della pressione fiscale che compensi l’impennata dei costi di gestione determinata dall’attuale contesto internazionale».
Un appello che punta a evitare che la crisi energetica e geopolitica si trasformi in un freno permanente per l’economia calabrese, già provata da anni di ritardi infrastrutturali e fragilità strutturali.
