Era il 410 d.C. e Roma fu saccheggiata dai Visigoti capeggiati da Alarico, lo stesso la cui tomba sul
fiume calabrese Busento fu resa immortale 1.500 anni dopo dai versi del poeta tedesco von Platen che
Carducci tradusse. Nonostante le nefandezze compiute e l’oltraggio arrecato alla Città eterna, il biondo
re barbaro, seppellito in terra di Calabria con la sua armatura, il suo cavallo e il suo immenso tesoro,
non ha suscitato nei posteri le antipatie che si sarebbe dovuto attirare.
Non si può provare alcun sentimento positivo, invece, nei confronti dei “nuovi barbari”, quelli che
durante le manifestazioni contro il “caro vita” della scorsa settimana hanno messo a ferro e fuoco le
città di Milano, Torino, Bologna.
Come altro potrebbero definirsi teppistelli incappucciati che assaltano negozi, mandano in frantumi
vetrine, saccheggiano beni, anche non di prima necessità, vandalizzano e distruggono un’automobile
dei Carabinieri se non “barbari”?
Ciò a cui abbiamo assistito attraverso le immagini trasmesse via social è stata la versione
contemporanea dei saccheggi delle storiche invasioni barbariche, facendo restare ammutoliti e
annientati di fronte a una spirale di violenza incontrollata e immotivata.
Nella sua Lettera 127, apprendendo la notizia del sacco di Roma, San Girolamo scrisse: “Mi si arresta
la voce e i singulti interrompono le parole mentre detto. È presa la Città che ha conquistato l’universo”.
Come non provare simili sentimenti facendo scrollare sugli smartphone i post che s’inseguono con
dovizia di dettagli sull’accaduto?
La civiltà è morta e con essa sono stati travolti il rispetto, le regole, le tutele e le garanzie che le società
evolute si sono impegnate a forgiare prima e garantire poi nel corso dei secoli.
Nell’era contemporanea siamo ormai tutti destinati a essere vittime di nuove invasioni barbariche,
innescate, non come nell’era tardo-antica, dalla disgregazione di quel confine fisico con cui i Romani
per secoli avevano arginato le comunità tribali, contenendone la brama di conquista e di espansione.
Il confine violato, nel corso degli episodi di violenza urbana dell’ottobre 2026, è interno alla stessa
civitas: con le vetrine si mandano in frantumi i patti sociali che assicurano la convivenza pacifica; con
i saccheggi si profana l’inviolabilità della proprietà privata; con la vandalizzazione di edifici,
monumenti, arredi urbani e mezzi si lascia il marchio della barbarie. Con l’aggressione violenta di altri
uomini e donne si iscrive nella memoria storica la caduta verso il baratro dell’umanità.
E ciò che risulta incomprensibile è che a innescare e alimentare la spirale violenta siano giovani,
ragazzi e ragazze appartenenti a un gruppo sociale indifferenziato, che accomuna quanti fanno
dell’abuso una forma di credo e della furia cieca lo strumento attraverso cui protestare.
Certo, le insoddisfazioni e le richieste di cambiamento costituiscono l’ingranaggio attraverso cui una
società si evolve, ma ciò non può avvenire attraverso l’annientamento dei diritti di altri concittadini.
Ma poi, per cosa si è, di fatto, protestato a Milano, a Torino, a Bologna?
Per il pane del Forno delle Grucce? Certamente non era il “pane” che si chiedeva, se a essere
saccheggiati sono stati i punti vendita di Foot Locker e Nike, da cui sono stati sottratti capi
d’abbigliamento e sneakers.
Di certo non si reclamava per l’acqua, se bottiglie di note marche di gin e di amari sono state sollevate
al cielo come trofei.
L’80% delle 271 persone fermate a Milano è costituito da minorenni e, dalle ultime notizie circolate
sui social, ci sarebbero altri giovani pronti a innescare una nuova spirale di violenza in altre città
italiane nel prossimo fine settimana.
Non è questa la “meglio gioventù” che l’Italia vuole vedere crescere: al di là delle fazioni politiche, al
di là della spettacolarizzazione del fenomeno attraverso indagini ed analisi nei talk show, al di là del
diluvio di interventi che i comuni cittadini si sentono autorizzati a condividere sui social, siamo giunti
ad un punto di svolta.
Sarà necessario fare fronte comune perché non si arrivi a un punto di non ritorno, che perpetui gli
scenari drammatici di questa poco cinematografica “Arancia meccanica”.
E le città cadono sotto i colpi di un’oscura e stolta violenza
