Si sta discutendo, nelle ultime ore, della selezione effettuata dal Ministero dell’Istruzione per le
tracce della tipologia A della prova d’italiano all’esame di maturità. In particolare, al centro della
polemica, vi è la mancanza di riferimenti ad autrici, a vantaggio di soli autori, in rappresentanza
della letteratura italiana; una mancanza di ben 27 anni, precisamente dal 1999, anno in cui la
riforma Berlinguer introdusse l’analisi del testo letterario.
Alla discussione è seguita l’osservazione, non velata da polemiche, che la scelta sia stata
discriminatoria, perché elusiva del poderoso contributo dato dalle donne alla letteratura italiana,
senza celare il disappunto che nessun tributo sia stato riservato a Grazia Deledda, i cui cento anni
dal Nobel, ricorrenti proprio per la Maturità 2026, sarebbero stati degna occasione per celebrare una
delle voci più autorevoli e sensibili del panorama letterario italiano.
Al netto delle polemiche a caldo, la questione, di non poco momento, va ridefinita tenendo conto di
parametri di tipo diverso.
Innanzitutto, non si deve puntare il dito con la selezione di testi e di autori che vanno a comporre la
traccia del tema per la maturità, i quali sono solo l’ultimo atto di un percorso formativo sviluppatosi
nel corso degli anni scolastici. Anni in cui, certamente, si dovrebbe riservare maggiore attenzione
alle autrici e alla loro produzione letteraria, non relegandole, come è stato osservato, in sintetici e
marginali paragrafi nelle antologie in uso nelle scuole.
Ma è qui che si solleva una seconda obiezione: la produzione letteraria facente capo alle donne
inizia a diventare più copiosa a partire dal secondo dopoguerra, epoca che -solitamente – viene
trascurata dallo studio scolastico, sia per la complessità richiesta dagli autori otto-novecenteschi
dell’ultimo anno, sia per l’esiguità del tempo che residua per il completamento dei programmi.
Di fronte a questo bivio occorre, dunque, fare un cambio di rotta: se il tempo scolastico a
disposizione è ragionevolmente breve rispetto alla maestosità del programma di letteratura (ma
simili considerazioni dovrebbero valere anche per la storia, n.d.s.), allora bisogna “ingannare” il
tempo, moltiplicandolo.
Sarebbe opportuno affiancare allo studio antologico della letteratura, la lettura di opere degli autori
e delle autrici “più recenti”, razionandola e distribuendola per tutto il percorso scolastico. Si
potrebbe seguire questa alternativa, enucleando, ad esempio, alcune tematiche, come il rapporto con
la natura, il ricordo dell’infanzia, l’osservazione della realtà, da ripercorrere attraverso la
produzione artistica dei contemporanei. Si procederebbe, così, su un doppio binario, che
consentirebbe, alla fine del tragitto, di comporre ad unità un caleidoscopico puzzle, in cui tantissime
autrici, ma anche tantissimi autori, potrebbero essere riscattati dall’oblio in cui si trovano, non per
scelta, ma solo perché non abbastanza “datati”.
La scoperta allora sarebbe davvero sorprendente: non più solo, come si contesta, Ungaretti,
Quasimodo e Montale, ma Sibilla Aleramo, Matilde Serao, Grazia Deledda, Natalia Ginzburg, Elsa
Morate, Camilla Cederna, Alba de Cespedes, Goliarda Sapienza, Maria Luisa Spaziani, Lalla
Romano, Oriana Fallaci, Susanna Tamaro, Dacia Maraini. Autrici del Novecento, dalla voce potente
ed erompente, rispetto non solo alla dominante cultura del tempo, d’impronta patriarcale, ma anche
nei confronti del costume dell’epoca in cui vissero, scegliendo stili di vita che mandavano in
frantumi ordini e modelli rigidi e precostituiti.
Bisogna, tuttavia, fare attenzione a non prestare il fianco ad un pericoloso agguato: quello di
ricondurre la riscoperta delle Autrici italiane ad una lettura che sia solo femminista, perché il rischio
sarebbe quello di un approccio riduttivo della grandezza artistica delle nostre.
Con alcuni ulteriori correttivi.
Tale apertura non dovrebbe comprendere solo ed esclusivamente autrici, posto che sono tantissimi
gli autori sconosciuti ai giovanissimi, da Moravia a Sciascia, da Svevo a Levi; inoltre, attraverso
una lettura diretta delle opere letterarie, si potrebbe via via giungere fino ad autori ed autrici
contemporanei (anni Duemila), come De Luca, Eco, Bevilacqua, Pazi, Mazzantini, Ferrante,
Avallone, Terranova, Murgia, senza pretesa di esclusività.
In secondo luogo, sarebbe opportuno uno sdoganamento di autori e autrici legati all’etichetta di
regionalismo e che, al contrario, sono portatori di valore artistico degno di rilievo nazionale, come il
nostro Corrado Alvaro o come il poeta lucano Albino Pierro, che per due volte sfiorò il Premio
Nobel per la Letteratura.
Infine, questa ricerca nelle pieghe della produzione artistica locale potrebbe portare alla riscoperta
di autrici delicatissime, ma sconosciute sul piano nazionale, anche a causa della loro prematura
scomparsa, come la calabrese Giovanna Gulli o la sarda Mercede Mundula.
Un revisionismo didattico che tenga conto di tutte queste componenti, e che voglia puntare alla
fuoriuscita dall’ombra delle protagoniste del panorama letteraria italiano, non dovrebbe certamente
puntare alla determinazione di una “quota rosa” di tipo antologico, perché sarebbe mortificante e
comunque sempre inappagante, in quanto escluderebbe, comunque, una frazione cospicua di voci
che reclamano diritto di cittadinanza nel panorama letterario italiano, la cui conoscenza è un atto
dovuto verso cui il mondo dell’istruzione e della cultura devono accompagnare le giovani
generazioni.
A parere di chi scrive, questa potrebbe essere una delle vie da percorrere, per favorire nei più
giovani la crescita personale e culturale, per alimentare lo spirito di appartenenza al proprio
patrimonio letterario.
Perché, infine, punto nevralgico della questione non è incentrare la traccia del tema italiano di
maturità sull’opera di un’autrice italiana, pensando di avere risolto in tal modo il diritto di
rappresentanza del genere femminile: così sarebbe una “truffa delle etichette”.
Il cuore del problema è consentire ai candidati e alle candidate dei futuri esami di maturità di
esplorare nel proprio elaborato la produzione artistica femminile, attraverso rimandi, richiami e
contrapposizioni, anche quando l’input proviene da autori maschili.
Solo così, quella parità che si reclama, e su cui si vigila quotidianamente, potrà definirsi realizzata
anche nel contesto scolastico e nel momento conclusivo del percorso dei suoi fruitori: quando ci si
sarà liberati dalla preoccupazione di misurare e dosare in modo paritetico studio e citazioni e la
sensibilità di ciascuno sarà pienamente libera e consapevole di spaziare fra “il rosa e l’azzurro” del
panorama letterario.
