Inquieto Notizie

Da Palmi a Copenaghen: intervista all’ingegnere Roberto Barone

1 / 13

Lo chiamano brain drain, in italiano fuga di cervelli, ed è quel fenomeno che in 15 anni ha portato via dalla Calabria più di 180 mila ragazzi. Perlopiù di sesso maschile, under 35, laureati o con una formazione  più elevata.

Vanno via perché questa terra offre davvero poco – o poco più di niente – per dei ragazzi ambiziosi, che vogliono provare a mettere in campo tutta la professionalità di cui sono dotati, in cambio di una giusta gratificazione.

Abbiamo incontrato Roberto Barone, ingegnere ed architetto originario di Palmi, che dopo la laurea all’Università di Perugia ha deciso di proseguire all’estero la sua formazione, ed ha iniziato un percorso professionale che lo ha portato a gestire il cantiere allestito a Copenaghen in occasione dei lavori per la realizzazione della metropolitana.

Quella di Roberto Barone, però, non è stata mera necessità, quanto piuttosto voglia di provare a mettersi in gioco sin da giovanissimo, dandosi così la possibilità di crescere professionalmente in contesti culturali diversi da quello italiano.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Roberto, quella di andare all’estero è stata una tua decisione presa con consapevolezza, o una necessità?

«Sono sempre stato un ragazzo curioso e la mia curiosità è sempre stata una curiosità a 360°. Mi riferisco al fatto che non desideravo solo ampliare il mio bagaglio culturale da ingegnere e architetto quale sono, ma desideravo conoscere nuovi stili di vita, nuove lingue, nuove tradizioni, culture. Probabilmente perché la realtà in cui vivevo la sentivo un po’ stretta o semplicemente perché ancora non sapevo cosa volevo dalla mia vita e pertanto desideravo vivere diverse realtà per trovare poi quella più simile a me.

Oggi rispondo alla tua domanda dicendo che sicuramente in Italia le possibilità ci sono. Basta cercarle ed essere anche un po’ fortunati. La cosa che però fa la differenza è il differente trattamento che un professionista riceve lavorando in un paese estero. Non voglio generalizzare ma la mia esperienza all’estero si è forse trasformata in una necessità dal momento in cui ho visto come venivo apprezzato nonostante la giovane età. In Italia questo è molto difficile. Ci sono ancora troppi stereotipi per i quali un giovane varrà sempre meno di un adulto semplicemente per ragioni anagrafiche e non di preparazione».

Raccontaci brevemente la tua formazione universitaria e professionale.

«Mi sono laureato in Ingegneria Edile-Architettura nel 2012 presso l’Università di Perugia e con un lavoro di tesi che ho condotto alla CUNY University di New York per la durata di circa 7 mesi. Abbandonata poi l’idea di un ipotetico dottorato, ho subito voluto assaporare il mondo lavorativo iniziando prima uno stage a Genova presso uno studio internazionale con progetti che spaziavano dall’ India a Dubai, dalla Russia all’Africa. Successivamente mi sono trasferito a Parigi per sei mesi dove ho frequentato un altro studio di architettura lavorando su progetti, già realizzati, localizzati tra Parigi, Londra e Miami. Ho avuto poi la fortuna di incontrare un gruppo di imprenditori Italiani/finlandesi che mi hanno commissionato diversi negozi.  Ho curato il design interno con molta attenzione al dettaglio, scelta dei materiali e budget. Ne abbiamo inaugurati in totale sei tra Helsinki, Manchester e Turku. Contemporaneamente disegnavo e progettavo nuovi interni per alcuni appartamenti a Parigi mantenendo sempre lo stile parigino impreziosito da qualche pillola di design italiano. Nel 2015 entro a far parte della grande famiglia Salini-Impregilo, un po’ per caso. E per 5 anni ho lavorato al progetto della nuova linea della metropolitana di Copenhagen, il più grande progetto in Danimarca negli ultimi 400anni. Da poco sono stato trasferito a Milano dove, sempre per la stessa società, sto lavorando alla realizzazione del nuovo headquarter dell’ENI».

Quanta distanza c’è tra l’Italia e la Danimarca? Mi riferisco a ciò che concerne sia il mondo del lavoro che la qualità della vita.

La distanza è 2000km. Una distanza non così importante dal punto di vista kilometrico, in scarse due ore di aereo si arriva a Milano. La distanza è notevole se si parla di modo di vivere, pensare, qualità della vita e soprattutto lavorare. Ci sono alcuni aspetti sicuramente soggettivi quali le condizioni climatiche, il comportamento inizialmente sospettoso delle persone, il cibo. Ma ci sono degli aspetti assolutamente oggettivi, su quelli non si può sindacare. Sono il paese più felice al mondo? È vero. Si cammina per strada e ci si saluta o sorride anche se non ci si conosce. Un forte rispetto per i luoghi pubblici, la cosa pubblica è più importante della propria abitazione perché è di tutti. La persona è vista come un essere che va rispettato, qualsiasi siano i propri pensieri, orientamenti, professioni. In Danimarca si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Dopo le categoriche 7h30 di lavoro ognuno è libero di vivere e godersi la propria vita. Diversamente invece dall’Italia dove, soprattutto per alcune professioni, si lavora anche più di 10h al giorno. Eppure, siamo il paese che in Europa cresce meno. Evidentemente, per utilizzare un termine matematico, l’equazione “più lavoro = più produci” non è poi verificata se l’Italia versa nella situazione che oggi consociamo tutti. Io personalmente, avendo conosciuto altre realtà, non stimo o giustifico chi lavora tanto, soprattutto con le condizioni economiche che conosciamo».

Di recente, pochi mesi fa, la Salini-Impregilo, azienda per la quale lavori, ha realizzato una nuova linea della metropolitana a Copenaghen; come hai vissuto, dal punto di vista professionale, questa esperienza?

È stato un progetto che mi ha fatto crescere professionalmente moltissimo. La Salini-Impregilo mi ha dato fiducia pur essendo la mia prima esperienza in un contesto così grande da mega-strutture. Ho gestito un cantiere in cui avevo quotidianamente circa cento operai di diverse nazionalità: irlandesi, polacchi, spagnoli e danesi. Ero l’unico italiano ed il più giovane: non è mai stato un punto a sfavore. La cosa più bella è stato il veder cosi tanti colleghi giovani, anche italiani, prendere decisioni, risolvere problemi, aiutarsi e vincere sfide nonostante la giovane età. Ho ricoperto un ruolo che forse in Italia è tipico di un cinquantenne. Si lavora tanto ed i sacrifici sono molti ma le soddisfazioni sono parecchie, non parlo solo di quelle economiche. Devi sempre dimostrare quanto vali. All’estero sei nessuno, non sei l’amico di o il parente di. Molti credono che chi lascia il proprio paese lo fa perché all’estero è tutto più semplice. Chi afferma questo a mio avviso è colui che non ha mai trascorso un giorno all’estero. Non parlo di chi va in vacanza. Lavorare è diverso e solo chi ha provato questa esperienza sa di cosa parlo».

Dopo tutti questi anni in Danimarca, ti senti un po’ danese?

«Non credo che rinuncerò mai al mio essere italiano, al mio essere Calabrese. Pur volendo non potrei, visti i miei tratti somatici. Nonostante io abbia cambiato molte abitudini e abbia maturato nuove filosofie di pensiero, nonostante io abbia iniziato a giocare nella squadra di pallanuoto di Copenaghen, il legame con la mia terra ci sarà sempre. Il mio vivere all’estero è anche un modo per far conoscere la stessa a chi incontro durante il mio percorse. In questi anni ho portato diverse persone in vacanza nella mia terra desiderose di conoscere quello che avevo descritto loro a parole o tramite foto».

Alla luce della tua esperienza, cosa ti sentiresti di dire ad un ragazzo che oggi si affaccia al mondo del lavoro? Gli suggeriresti di provare le opportunità di un lavoro all’estero?

«Un periodo all’estero lo consiglierei a tutti. La parola estero non vuol dire sempre “migliore”. È utile però ad aprire la mente, a conoscere il mondo, a sapersi adattare, a sapersi ridimensionare e ad essere più umili. L’esperienza all’estro insegna anche a meglio apprezzare quello che si è lasciati alle spalle e secondo me ti porta a voler ancor più bene al proprio paese.

Il mio consiglio a chi si affaccia al mondo del lavoro? Lo so che è difficile ma sicuramente la prima cosa da fare è farsi rispettare. Un capo che ti tratta male o che ti obbliga a lavorare troppo e a pagarti il minimo è una persona che non merita i tuoi sacrifici ed il tuo tempo. Bisogna solo avere pazienza. Se una persona vale il lavoro lo si trova, ha solo forse trovato quello sbagliato. Bisogna rimanere se stessi e non svendersi, non piegarsi. Anche se lo fanno tutti non importa. Non sempre il gregge ti porta nella giusta direzione ed è bene staccarsi prima di entrare in un circolo vizioso. Dai danesi ho proprio imparato questo: ognuno di noi ha un suo valore, una sua vita e non bisogna permettere a nessuno di decidere come bisogna viverla, se non solo a te stesso».

Progetti per il futuro (anche lontano): l’Italia è il tuo Paese d’origine. Lo immagini un tuo ritorno qui o preferisci continuare a lavorare in un altro Paese?

«Attualmente sono tornato in Italia da un mese. Non so quanto ci rimarrò. Prenderò questo periodo di lavoro come una sorta di test. Il mio paese è sempre il mio paese, come la mia città natale rimarrà sempre dentro di me. Se dovessi trovare condizioni favorevoli basate sul mio nuovo modo di pensare, sette anni all’estero sono parecchi, con condizioni dignitose e decorose da ogni punto di vista, sarò felice di rimanerci. Chiedo troppo? Non credo soprattutto dopo aver conosciuto altre realtà dove tutto ciò è scontato ed ovvio. Nel caso in cui tutte queste condizioni dovessero venir meno vorrà dire che ripartirò continuando in ogni caso a promuover il mio paese all’estero come ho fatto sin dall’inizio».

Exit mobile version