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Cinquefrondi saluta Michele Albanese: l’ultimo abbraccio a una voce libera della Calabria

Con la forza delle sue parole, e di più, del suo esempio, si è spento Michele Albanese, giornalista,
scrittore ma anche ricercatore e studioso dei fenomeni etnoculturali del territorio. Dopo mesi di
sofferenze e complicazioni si è dovuto arrendere, non senza combattere, al suo stato di salute
fortemente provato. I funerali si sono tenuti oggi a Cinquefrondi, la sua città, nella gremitissima
Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo. Tra i banchi la presenza del sindaco della città
Michele Conia con parte della giunta e del Consiglio comunale e quella, tra gli altri, del
parlamentare ed ex magistrato Federico Cafiero de Raho, lo scrittore ed antropologo Vito Teti, il
direttore de L’Altravoce Il Quotidiano Massimo Razzi, il caporedattore della TGR Calabria
Riccardo Giacoia, sindaci ed ex sindaci del comprensorio, l’imprenditore Nino De Masi ed i
vertici provinciali e locali dell’Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza oltre,
naturalmente ai tanti amici e colleghi giornalisti, ai tanti concittadini, associazioni e rappresentanti
del mondo sindacale.

Assiepati, nelle navate laterali, i tanti poliziotti che con garbo, professionalità,
discrezione, senso del dovere e tanta umanità hanno rappresentato, avvicendandosi in questi anni, i
suoi amici più fidati prima che i custodi della sua sicurezza. Durante la funzione esequiale
–presieduta dal vescovo diocesano mons. Giuseppe Alberti unitamente al vescovo di Locri-Gerace
mons. Francesco Oliva – è stato tratteggiato il ricordo dell’uomo e del professionista. «La storia di
Michele non finisce oggi; è un intreccio di esperienze, situazioni, incontri, sofferenze, vite, speranze
e progetti che proseguono» ha chiarito nella sua omelia mons. Alberti ricordando i due amori del
giornalista cinquefrondese: «la famiglia, il segreto profondo della sua forza, che l’ha sempre
sostenuto e accompagnato come motore vitale della sua esistenza e la Calabria che sognava
diversa e per la quale ha speso un po’ della sua libertà». La riservatezza, il carattere schivo
fintamente burbero, i mesi lunghi della malattia «vissuti con forza e fede» ma anche la lunga
esperienza della vita sotto scorta per oltre 11 anni e, di più ancora, la capacità di intellegere l’animo
umano, i sentimenti oltre i fatti, oltre i pregiudizi, hanno contribuito a completarne le doti
professionali di “giornalista-giornalista”, citando Siani, al servizio degli altri e, principalmente,
della verità per conoscere, comprendere e dotarsi degli strumenti per poter discernere il presente e
costruirne nuovi orizzonti di futuro. «Michele ha preso per mano la storia di tante persone» ha
proseguito don Luigi Ciotti, fondatore di libera, ricordando anche che «coloro che muoiono
diventano un ponte tra terra e cielo. Alla dogana della morte – ha poi spiegato – non ci sarà chiesto
cosa portiamo, ché non porteremo nulla, ma saremo solo ricchi dell’amore che abbiamo dato e
speso. Ma se lui è morto, noi dobbiamo essere più vivi. Non cerchiamolo solo nella tomba ma
soprattutto nelle persone che ha amato». La funzione, intensa e partecipata, ha restituito, in maniera
commossa, nell’affetto, nei silenzi e negli occhi lucidi di ciascuno, la storia di un uomo
profondamente innamorato della sua terra che ha cercato di raccontare per difendere fino alla fine,
un professionista serio e rigoroso, un marito affettuoso e padre amorevolissimo ma anche un amico
sincero e autentico. La Calabria perde con lui un testimone autorevole delle istanze di una terra
“bellissima e disgraziata”, mutuando le parole del giudice Borsellino, ma anche un esempio, per
tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, che ha portato e sopportato su di sé, in
silenzio e con la fermezza della verità, il peso della libertà condizionata, imposta da altri, senza
cedere un grammo della sua dignità.

Giuseppe Campisi
Giornalista

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