Da quando ieri sera è rimbalzata la notizia della morte di Pippo Baudo, non vi è stato
profilo social, dal più noto al più comune, che non abbia ripostato o una foto del grande
presentatore, con una frase di commiato, o un video, con frammenti della sua lunghissima
e fortunatissima carriera televisiva.
Giusto e doveroso! La pietà verso i defunti è un valore, da custodire e tramandare.
A un tratto sono come stata risucchiata nel passato, a quando da studentessa universitaria
preparavo l’esame di Introduzione alle Scienze Giuridiche (che solo chi ha frequentato
l’Università di Messina sa a cosa mi riferisca).
Si chiederà il lettore accorto: “E questo cosa c’entra con Pippo Baudo?”
Se lo stesso lettore avrà la pazienza di leggere fino alla fine, sarà tutto più chiaro.
Uno dei lasciti di quello studio universitario, che ancora permane nitido nella mia memoria,
è il concetto di termine, per ricordare il quale, ai tempi, veniva utilizzata la locuzione
“certus an, incertus quando” (certo se, incerto quando). Tralasciando gli effetti che si
ricollegano all’apposizione del termine ad un qualsiasi contratto, aggiungo che l’esempio
che si leggeva sui libri, per renderne chiaro il concetto, era quello “del giorno della morte di
Tizio”.
Non so ben spiegarne le ragioni, ma quell’esemplificazione, nella sua scontata semplicità
e chiarezza, ha sempre avuto l’effetto di anestetizzarmi verso il senso di vuoto e di
smarrimento che si ricollega ad un evento così traumatico e doloroso come la morte.
Come se la certezza che il fatto che nessuno possa sottrarsi a quell’appuntamento riporti
in asse l’ago della bilancia.
Una versione più tecnica e meno poetica della Livella del grande Totò, in altre parole.
Ciò che non c’è scritto su quei manuali, di allora e di adesso, è la ragione per la quale
sentiamo tutti, alla morte di Tizio, di ripercorrerne vita e opere, grandi o piccole che siano
state le sue gesta.
Forse perché nel commemorare vogliamo accenderne nei nostri ricordi la possibilità di
sopravvivere? O perché, la spinta compulsiva è quella di forzare le barriere della vita altrui,
appropriandoci di quei lembi che sentiamo anche nostri?
Chissà?!
Questa nuova perdita, tuttavia, reca con sé qualcosa di diverso e d’intrinsecamente più
corrosivo: Pippo Baudo era l’ultimo baluardo di quella schiera di conduttori televisivi che
hanno non solo segnato l’evoluzione e la crescita della Televisione italiana, ma hanno
anche profondamente inciso sulla cultura popolare italiana.
Un’influenza che non è mai stata sciatta, banale, vuota, ampollosa, ma che, seppur
leggera e a tratti frivola, è stata veicolo di distribuzione del sapere in modo democratico; è
stata modello di una comunicazione elegante, garbata e sobria, simbolo del rispetto che si
nutriva per tutti coloro che stavano al di là della telecamera e che da casa osservavano e
imitavano.
Quanto si è perso con quel tipo di comunicazione! E quanto deflagranti sono i social e la
loro fauna d’influencer sul linguaggio, sul comportamento, sulle conoscenze e sulla
gestualità dei nostri figli!
Non voglio apparire parruccona, ma certo è che nel ripercorrere, mentalmente o con i post
su Facebook o Instagram, i programmi televisivi e le interviste di Pippo Baudo, ciascuno di
noi ha sorriso con malinconia, ricordando le “lunghe notti” trascorse sui divani attendendo
la proclamazione di chi avrebbe vinto Sanremo o gl’intermezzi del “corpo di ballo” con la
soubrette di turno, ormai definitivamente scomparsi dalla tele, oppure le audaci interviste
ai grandi della politica nel salotto pomeridiano di Domenica in.
A me, personalmente, piaceva molto Pippo Baudo ed ero ammirata dal suo essere bravo
e capace di fare praticamente ogni cosa su quel palcoscenico: presentare, cantare,
intrattenere, suonare il pianoforte, mostrando sicurezza e conoscenza in ogni campo.
Un Maestro non solo della Tv, ma anche di vita.
Forse per questo motivo, stavolta, il termine, nel predetto senso giuridico, non anestetizza
più: al verificarsi del quando, la sensazione che il mondo che ho conosciuto nella prima
parte della mia vita stia per scomparire mi lascia un senso di vuoto e di amarezza, per la
consapevolezza che quanto reputavo ancora contemporaneo, in realtà, è da tempo parte
di una storia bellissima e ricca, ma destinata ad essere solo ricordata.
