Porto di Gioia, il successo e le cause del declino

Lo speciale a 42 anni dalla posa della prima pietra

A distanza di 42 anni dalle parole promunciate da Giulio Andreotti in quella che all’epoca era ancora una florida zona di campagna molti dei dubbi che animavano i contestatori dell’allora ministro del mezzogiorni non si sono dissolti.

Il progetto di industrializzazione che ha portato alla nascita del porto poco più di 20 anni fa è riuscito, almeno in una prima fase, a garantire al territorio un riscontro a livello occupazionale ma il numero dei lavoratori non si è mai neanche lontanamente avvicinato a quello prospettato nel 1975.

Un cambio di passo per la Calabria
Un cambio di passo per la Calabria

I 400 licenziamenti annunciati recentemente dalla Medcenter segnano senza dubbio il momento più duro della storia dello scalo gioiese che ha macinato importanti record nei suoi primi 10 anni di vita ma che sta vivendo un lento declino a causa della concorrenza di altri porti e del mancato sviluppo dell’intera zona retroportuale.

E’ di pochi giorni fa l’istituzione di un tavolo ministeriale per tentare ancora una volta di far scendere il numero degli esuberi e impostare una concreta strategia di rilancio che consenta ai portuali a rischio di trovare nel medio periodo un’altra collocazione.

Il 2016 si è chiuso con la creazione dell’Agenzia per il lavoro in cui saranno assunti i lavoratori in uscita dall’azienda terminalista al porto di Gioia Tauro.

Il Governo si è impegnato a investire 45 milioni di euro in tre anni e ad assumere per 36 mesi i dipendenti portuali in esubero.

Questo periodo (che dopo l’ultima riunione potrebbe essere prorogato in caso di necessità) dovrebbe servire a garantire i lavoratori in attesa della realizzazione degli investimenti programmati come la costruzione del bacino di carenaggio, l’area di stoccaggio di contenitori reefer e il gateway ferroviario.

Ma cosa aveva portato a metà degli anni ’90 al successo di Gioia Tauro e quali sono state le cause della crisi?
La struttura portuale era riuscita in un decennio a raggiungere un altissimo livello qualitativo perché alla ottima posizione geografica si sono uniti i requisiti tecnici e l’efficienza necessari per attrarre grandi navi.

Ad erodere col passare del tempo i vantaggi, oltre all’affermarsi di altri porti di transhipment, sono state alcune storiche debolezze. La prima è rappresentata dalla rete infrastrutturale stradale e ferroviaria non all’altezza e la seconda è la grave situazione in cui versa l’hinterland e in particolare le tre zone industriali a ridosso del porto. Nonostante l’utilizzo di ingenti finanziamenti finalizzati all’imprenditoria sono pochissime le realtà ancora operative.

Il mancato sviluppo della zona industriale può essere attribuito da una parte alla classe politica che non è stata in grado di selezione e di scegliere i progetti a cui assegnare i fondi e dall’altra agli imprenditori che nella maggior parte dei casi si sono dimostrati incapaci di gestire le somme ricevute e non sono riusciti a creare attività industriali durature.

Gli altri articoli dello speciale:
L’editoriale di Nicola Orso

La prima pietra, da Andreotti a Ravano

The studio wedding Lab
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