Il natale infernale della tendopoli

L’associazione Medici per i diritti umani denuncia «il protocollo in Prefettura è rimasto lettera morta»

la baracca dell'acqua calda alla tendopoli
la baracca dell'acqua calda alla tendopoli

Lettera morta. È rimasto solo questo del protocollo operativo in materia di accoglienza e integrazione degli immigrati nella piana di Gioia Tauro firmato lo scorso 19 febbraio alla prefettura reggina.

«Viste le condizioni di degrado», il documento siglato da amministratori locali, prefettura e regione Calabria, imponeva «un intervento non più procrastinabile». Un intervento rimasto, però, solo sulla carta mentre della nuova tendopoli che avrebbe dovuto essere allestita per ora risulta visibile unicamente un manto di ghiaia bianca.

Come se le cose fossero migliorate. Eppure la situazione non è mutata di una virgola e sono oltre duemila gli uomini e le donne che continuano a popolare questo girone infernale nella zona industriale di San Ferdinando.

L’opera di Medu

A documentare le condizioni di vita dei migranti è l’associazione Medu, Medici per i Diritti Umani, impegnata nell’assistenza sociosanitaria in Calabria e Basilicata. Una clinica mobile che, anche nei giorni delle feste natalizie, ha continuato a svolgere la propria attività di cura e sostegno ai migranti della zona. Delle 150 persone visitate in questi giorni, molte provengono dal Senegal, dal Mali, dal Ghana e dal Burkina Faso. Il 75% di loro ha un regolare permesso di soggiorno: sono lavoratori arrivati in Italia da meno di tre anni e, quando lavorano, lo fanno in condizioni di estrema precarietà. E se l’inasprirsi dei controlli da parte delle forze di polizia ha prodotto un aumento del 20% dei contratti di lavoro, oggi quello dei braccianti africani della piana non è più lavoro nero, ma lavoro grigio. Nessuno dei raccoglitori di agrumi, infatti, a fronte di una giornata di lavoro pagata circa 25-30 euro, riceve una busta paga o si vede riconosciuti gli oneri contributivi previsti.

I disagi

Ancora più precarie del loro lavoro, sono le condizioni in cui sono costretti a vivere. Molti di loro dormono su un materasso o direttamente sul pavimento di una tenda. I bagni dei quali usufruiscono sono latrine scavate nella terra. In tutto il campo ci sono cinque locali adibiti a servizi igienici, in ognuno di essi sono presenti due docce. Dieci docce, quindi, per soddisfare le esigenze igieniche quotidiane di oltre duemila persone. Solitamente, allora, ci si lava con acqua riscaldata in bidoni di lamiera così come si cucina su fuochi improvvisati o con fornelli a gas in tende e baracche. Superfluo aggiungere che non esiste un servizio di pulizia dell’area o, più banalmente, di raccolta dei rifiuti. Con quello che ne consegue in termini di rischio per la salute.

Le donne

Un quadro drammatico, oggi ulteriormente inasprito dalla presenza, più numerosa che in passato, della popolazione femminile. Nel campo vivono, infatti, circa sessanta donne le quali, presumibilmente, sono vittime di sfruttamento a scopo di prostituzione. I progetti di ospitalità diffusa, tanto sbandierati nei mesi scorsi da amministratori locali e non, sembrerebbero destinati a non partire.

L’accoglienza diffusa

Eppure sono moltissimi i piccoli centri della piana che potrebbero offrire una sistemazione più che dignitosa ai migranti. Ne è un esempio la frazione Drosi del comune di Rizziconi, dove una esperienza del genere è stata attivata con successo grazie all’impegno della locale Caritas. Un ritardo cronico nell’individuazione di una risposta all’emergenza abitativa, che altro non fa se non inasprire una situazione andata ben oltre il limite della decenza e che ha determinato un vero e proprio ritorno al passato di questo spicchio di Calabria.

Vista la mancata attuazione del protocollo siglato, nonostante sia trascorso già un anno, Medu chiede, adesso, che vengano adottate delle misure volte ad assicurare condizioni dignitose per i lavoratori, che, in seguito ad un monitoraggio della case sfitte, venga implementato un servizio di intermediazione abitativa oltre che l’implementazione un servizio di trasporto pubblico fruibile da tutti gli abitanti della piana.
Lilly Pinto

The studio wedding Lab
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